GENOVA (ITALPRESS) – “Due anni fa sono stato a Genova e avevo preso un impegno: finiamo il palazzetto e noi ci saremo. Bene, il palazzetto è finito, siamo venuti qui, questo è l’evento più importante dopo gli Europei che faremo quest’anno in Italia”. Così Giuseppe Manfredi, presidente della Fipav, a margine della presentazione dell’Aia Aequilibrium Cup in programma a Genova dal
22 al 24 maggio. “Ci sono quattro squadre importanti, ma soprattutto c’è la nostra nazionale femminile. Ho visto che l’entusiasmo è alle stelle, credo che sarà uno spettacolo bellissimo”, ha aggiunto. Sulla pallavolo in Liguria ha commentato: “L’attività dei club si regola soprattutto in relazione agli investimenti, bisogna sempre dimensionarsi per quello che si ha. L’attività che si sta svolgendo in Liguria non è un’attività da poco, perché è un’attività rivolta molto al settore giovanile. Ci sono tanti talenti liguri che stanno giocando. Speriamo quanto prima di trovare degli investitori che siano in grado di poter fare qualcosa di buono anche ad alti livelli”.
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GENOVA (ITALPRESS) – “Sono davvero orgogliosa di presentare oggi questo evento con Velasco, un ct internazionale di fama assoluta, per me un filosofo dello sport. Voglio ringraziare la Fipav per aver scelto Genova e per aver lavorato con noi in questi mesi per creare un evento di altissimo livello tecnico che attirerà sicuramente molti turisti dello sport”. Così Silvia Salis, sindaca di Genova, a margine della presentazione dell’Aia Aequilibrium Cup che si svolgerà al Palasport della città ligure dal 22 al 24 maggio. “Sarà anche un’ispirazione per le società del territorio, perché, lo dico da ex atleta, avere l’opportunità di vedere quattro grandi nazionali tra le più grandi del mondo all’opera è qualcosa che traina anche tutto il movimento. Quindi oggi l’orgoglio è sicuramente da sindaca, ma anche da sindaca che ha tenuto la delega allo Sport e porta sul territorio un evento di straordinario rilievo tecnico”, ha concluso aggiunto Salis. “Sono tanti anni che lo sport al femminile sta mettendo in fila una vittoria dopo l’altra, questo deve anche far riflettere su quanto sia importante estendere la pratica sportiva e renderla allo stesso livello tra bambini e bambine, tra ragazzi e ragazze, e ancora al momento non lo è”, ha concluso.
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ROMA (ITALPRESS) – “Abbiamo un obiettivo concreto e ambizioso da realizzare insieme nei prossimi cinque anni: raggiungere i 40 miliardi di interscambio commerciale e 25 miliardi di investimenti diretti reciproci entro il 2030″. Questa la direzione indicata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, intervenendo ad Ankara alla prima riunione della Task force ministeriale Italia-Turchia per la cooperazione industriale (Comitato STI3), co-presieduta con il ministro dell’Industria e della Tecnologia della Repubblica di Turchia, Mehmet Fatih Kacir, e conclusa con la firma della dichiarazione congiunta tra i due Paesi.
Un’intesa che rappresenta “un salto di qualità nelle relazioni tra i due Paesi”, come ha sottolineato il ministro Urso, che punta a rafforzare in modo strutturale le partnership industriali tra Italia e Turchia, facendo leva su un’integrazione produttiva sempre più avanzata e su investimenti reciproci nei settori strategici.
“Vi sono già numerose imprese italiane radicate da anni in Turchia e imprese turche che oggi investono con successo in Italia nei settori più avanzati, contribuendo a rafforzare un’integrazione produttiva sempre più solida tra i due Paesi”, ha sottolineato Urso.
“Possiamo costruire ora un unico bacino tecnologico, scientifico e industriale tra Italia e Turchia, per rafforzare le nostre filiere e renderle più competitive”, ha aggiunto il ministro.
L’incontro odierno assume inoltre un significato rilevante nel contesto internazionale attuale, segnato dalle tensioni nel Golfo e dalla crisi iraniana. “Abbiamo voluto confermare questa riunione proprio per dare un segnale ai nostri popoli, alle nostre imprese e agli altri Paesi dell’area: oggi più che mai è necessario cooperare per lo sviluppo, il benessere, la pace e la stabilità”, ha affermato Urso, sottolineando come si tratti di “un segnale importante e tempestivo per un Paese che, come altri dell’area, risente del conflitto nel Golfo Persico e a cui dobbiamo dare fiducia”.
MILANO (ITALPRESS) – “I numeri ci restituiscono un territorio che non ha bisogno di dimostrare di saper fare industria e saper produrre. E’ un bel punto di partenza. Si nota purtroppo un rallentamento in settori come l’innovazione e il mondo dell’ICT, mentre altri ambiti come il turismo crescono. Ma il trend degli investimenti deve essere corroborato e spinto, perchè siamo un territorio con una grandissima vocazione all’internazionalizzazione”. Così Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, in un’intervista a Claudio Brachino per la rubrica Primo Piano dell’agenzia Italpress, parla del Rapporto industria e servizi organizzati 2026, realizzato in collaborazione con Camera di commercio di Torino e Centro di Ricerca e documentazione Luigi Einaudi. “Il territorio non è “mono-prodotto”. Torino e il Piemonte hanno la meccanica, la meccatronica, l’aerospazio che cresce con numeri vorticosi, la moda, la gioielleria, l’ICT e la chimica. Il territorio dimostra di avere filiere forti, protagoniste a livello nazionale e internazionale. Questo rapporto ci dà la leva per dire chiaramente che vogliamo essere un territorio industriale in un Paese e in un’Europa industriale. Bisogna agire perchè questo è il momento del cambiamento”, aggiunge. Parlando di innovazione, Gay ricorda il memorandum sull’Intelligenza Artificiale e l’importanza della formazione. “Le imprese hanno bisogno di innovazione, sicuramente di intelligenza artificiale; quindi, è necessaria una collaborazione che permetta il trasferimento tecnologico applicato da parte di AI4Industry, il centro nazionale per l’intelligenza artificiale con il mondo dell’industria. Quasi due anni fa – prosegue – abbiamo parlato di ‘intelligenza industrialè: persone, industrie, competenze e atenei. Mettere in contatto domanda e offerta sedendosi attorno a un tavolo per vedere bisogni e applicazioni è il modo più efficace per capire come l’IA porti valore aggiunto senza andare a discapito di cittadini e lavoratori”. Un altro tema caldo è quello delle difficoltà, in alcuni settori, nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro: “Siamo costantemente impegnati nel rapporto con gli ITS per avere consapevolezza della domanda dell’industria, poichè il mismatch sta diventando enorme: parliamo di quasi il 50% di addetti che non vengono trovati – sottolinea Gay -. Cambia la necessità di competenza ed è per questo che lavoriamo costantemente con istituti tecnici, università, accademie regionali insieme alle Academy aziendali. Il nostro dovere è riportare le necessità delle aziende agli enti formativi e metterci intorno a un tavolo per capire ciò che serve, perchè questa rivoluzione industriale non segue i tempi dei normali cicli accademici”. Poi la transizione ecologica. “Abbiamo bisogno di un’energia che ci permetta di competere e produrre. Le dinamiche dell’industria tecnologica, dei data center e non solo più dell’industria tradizionale dei cosiddetti energivori hanno un impatto incredibile e ciò significa competitività – spiega il presidente di Unione Industriali Torino -. Bisogna garantire la neutralità tecnologica con obiettivi chiari, così le imprese possono competere e raggiungere tali obiettivi. La sostenibilità non è in discussione, ma deve essere raggiunta permettendo alle aziende di fare al meglio il loro lavoro”. Infine, i 120 anni dell’Unione Industriali Torino, città che “è stata il primo territorio in Italia a mettere insieme la rappresentanza degli interessi industriali. Nel 1906 le motivazioni erano differenti, ma il solco è lo stesso: l’industria è cultura e società, e la società non può vivere senza industria. Il 19 ottobre faremo la nostra assemblea dei 120 anni, un momento per guardare al futuro consapevoli del passato. Saremo presenti sul territorio torinese vorremmo essere presenti con attività nelle università, nel Politecnico e negli ITS”, conclude il presidente.
ROMA (ITALPRESS) – E’ morto, all’età di 91 anni, Gino Paoli. Fra i più grandi cantautori italiani, era nato a Monfalcone il 23 settembre 1934 e viveva a Genova. Il giovane Gino non ama studiare ma ama la musica e, per questo, inizia a frequentare amici che condividono la sua passione: Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De Andrè, Umberto Bindi… è il primo nucleo della cosiddetta “scuola genovese”. Nel 1959 Paoli realizza i suoi primi 45 giri che, però, non ottengono alcun successo così come accade in un primo momento per il brano “La gatta”. Qualche mese dopo l’uscita, invece, la canzone arriva in classifica suscitando l’interesse di Mogol che fa da prestanome a Paoli, non ancora iscritto alla Siae. E’ lui che propone a Mina di cantare “Il cielo in una stanza” il cui successo sancisce l’affermazione di Paoli come cantautore. Il 1961 è un anno importante per Paoli che, da un lato conosce Ornella Vanoni e inizia con lei una relazione che lo porterà a scrivere canzoni d’amore come “Senza fine”; ma, dall’altro, comincia ad abusare degli alcolici sviluppando una dipendenza che andrà avanti per lungo tempo finchè non deciderà di disintossicarsi. L’anno dopo un altro amore, che fa scandalo: mentre la moglie Anna aspetta il loro figlio (Giovanni), Paoli si innamora di una giovanissima Stefania Sandrelli. Dalla relazione nasce Amanda. Il 1963 è l’anno di “Sapore di sale”, probabilmente il maggior successo della sua carriera, e di “Che cosa c’è”. Nonostante questo, l’11 luglio Paoli si spara un colpo di pistola al cuore. Gli anni che seguono non sono facili per Paoli: la prima partecipazione al Festival di Sanremo, nel 1964, con “Ieri ho incontrato mia madre” non va male come invece accade alla successiva, nel 1966 con “La carta vincente”. Il successo sembra averlo abbandonato e torna così per qualche tempo a suonare nei night della Liguria. Torna a farsi sentire nel 1971 con ben tre album che, però, riscuotono successo solo tra pochi estimatori. Questo, però, lo convince a pubblicare altri lavori “d’autore” con lo stesso risultato. Il successo ritorna con il brano “Una lunga storia d’amore”, scritto per la colonna sonora del film “Una donna allo specchio” interpretato da Stefania Sandrelli. La carriera di Paoli riprende il volo: sono gli anni di “Ti lascio una canzone”, “Cosa farò da grande”, “Questione di sopravvivenza”, “Questa volta no” (quest’ultima presentata al Festival di Sanremo nel 1989), “Quattro amici”, “La bella e la bestia” (cantata, per i titoli di coda della versione italiana dell’omonimo film della Disney con la figlia Amanda).Nel 1992 Paoli torna a Sanremo con “Un altro amore” che ottiene il terzo posto in classifica e il premio della critica per il miglior testo dell’anno. Più di dieci anni dopo torna in tournèe con Ornella Vanoni (dopo quella trionfale del 1985) in occasione dell’uscita del disco di inediti “Ti ricordi? No, non mi ricordo”. Da Vanoni a Danilo Rea: nel 2012 Paoli collabora con il pianista jazz per l’album “Due come noi che…”, raccolta di brani di Paoli più alcune cover: il disco è un successo così come il tour, tanto che l’anno dopo i due replicano, con il disco “Napoli con amore”. La collaborazione si chiude nel 2017 con “3”, album dedicato alla chanson francese. A proposito di collaborazioni vale la pena ricordare i tanti cantanti che Paoli ha “incontrato” scrivendo per loro o con loro, da Zucchero (“Come il sole all’improvviso” e “Con le mani”) a Marcella Bella (“Tanti auguri”), da Giorgia a Sergio Cammariere. Tra le voci che hanno interpretato le sue canzoni ci sono Claudio Villa, Umberto Bindi, Gianni Morandi, Patty Pravo, Franco Battiato, Marco Masini e Franco Simone. In veste di talent-scout, Paoli ha scoperto Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè e Viola Valentino. -foto Ipa Agency – (ITALPRESS).
ROMA (ITALPRESS) – Settantacinque anni di storia guardando al futuro. UNRAE rilancia il proprio ruolo in una fase “complessa” per l’automotive, tra transizione energetica, regole europee, concorrenza globale e un mercato italiano che fatica a ripartire. A fare il punto, in un’intervista all’Italpress, è il presidente di UNRAE Roberto Pietrantonio, che descrive un’Associazione impegnata non solo nel rappresentare gli interessi dei costruttori esteri, ma anche nel produrre analisi e proposte concrete per accompagnare l’evoluzione del settore. “Settantacinque anni fa un gruppo di visionari aveva immaginato che le Case che allora venivano definite straniere, quindi qualcosa di strano o di estraneo, potessero invece favorire lo sviluppo del mercato e che l’apertura potesse diventare stimolo al miglioramento. Quei visionari ci hanno visto lungo, perchè oggi UNRAE conta 46 aziende associate che rappresentano 64 marchi da 15 Paesi diversi, quindi un’ampia rappresentanza che, in questa prima fase della mia esperienza in questo ruolo prestigioso, ti fa sentire la pressione, l’importanza, il senso di responsabilità verso il settore”, afferma il presidente UNRAE. E ancora: “Questa non è soltanto un’Associazione di categoria, è anche un interlocutore tecnico, istituzionale, un interlocutore che produce analisi, dati, proposte normative, anche posizionamenti sui grandi temi che riguardano il mercato, come per esempio la fiscalità, la transizione energetica, la sicurezza stradale, la competitività industriale”. Il capitolo più delicato resta quello delle immatricolazioni. Pietrantonio parla di un mercato che, pur stabile sul 2024, sconta un gap pesante sul 2019: “I dati sono abbastanza sconfortanti, perchè se ci confrontiamo con il 2024 rimaniamo stabili, ma se invece guardiamo al 2019 rileviamo un mercato italiano ormai in sofferenza cronica, che ha perso rispetto a quell’anno circa 400.000 immatricolazioni di auto nuove: con una metafora, sarebbe come se fossero spariti improvvisamente due mercati medi europei, la Grecia e la Svezia messi assieme…”. Tra le cause della crisi, il presidente indica la perdita di potere d’acquisto e l’aumento dei prezzi delle auto nuove, riflessa anche nella contrazione dell’offerta nei segmenti d’ingresso. Il risultato è un consumatore che cerca soprattutto “accessibilità”: “se andiamo a guardare l’usato e pensiamo che nel 2025 si sono acquistate più di due auto usate per ogni nuova, questo significa che non è vero che il consumatore non abbia bisogno di auto, ma certamente cerca accessibilità economica ancora prima che innovazione”. Per spingere il mercato, UNRAE insiste sulla necessità di riforme strutturali e regole stabili. “Stiamo dialogando tantissimo con il legislatore, facendo notare alle istituzioni quali debbano essere le priorità, una su tutte è la riforma strutturale della fiscalità delle auto aziendali: il canale delle auto aziendali è infatti un canale fondamentale che potrebbe dare un impulso importante al mercato italiano, siamo molto indietro rispetto ai major markets proprio perchè la fiscalità italiana è penalizzante”. E avverte sul limite degli incentivi “a interruttore”: servono misure pluriennali e prevedibili, non “click day” e interventi “on-off””, evidenzia. Sul fronte europeo, Pietrantonio riconosce positivamente i primi segnali di revisione del Green Deal, ma chiede più pragmatismo: “Da una parte abbiamo giudicato positivamente il fatto che la Commissione Europea abbia dato apertura nel rivedere questo insieme di regole… dall’altra, le prime indicazioni emerse dal pacchetto automotive di dicembre ci sembrano ancora non sufficienti”. Per UNRAE la revisione delle regole non va comunque letta come “fallimento dell’elettrico”, anzi: “L’elettrico, in un quadro di neutralità tecnologica, deve avere un ruolo”. Restano però molti nodi, tra i quali il “ruolo limitato dato ai carburanti rinnovabili” e i target sulle flotte aziendali, oltre alle perplessità sul vincolo del “Made in Europe”. Guardando al mercato italiano, l’elettrico resta un punto critico. “Nonostante negli ultimi mesi ci sia stato un piccolo segnale di crescita, sappiamo come questo sia legato alle immatricolazioni figlie degli incentivi MASE della seconda parte del 2025… mentre oggi, senza nuove misure e piani strutturali all’orizzonte, le aspettative non sono molto positive”. Il rischio è che l’Italia resti indietro: “più o meno a 7 punti percentuali di penetrazione contro la media europea del 20%”. Tra i fattori abilitanti necessari, costo dell’energia, infrastrutture di ricarica e una comunicazione più chiara e trasparente: “non è affatto secondaria la narrazione che in Italia è stata fatta… che è stata spesso una narrazione polarizzante”. Sui nuovi costruttori cinesi, il presidente UNRAE invita a guardare alla concorrenza come leva di mercato e afferma: “La parola chiave certamente deve essere reciprocità, la competizione per UNRAE è positiva quando avviene in un quadro di regole equilibrate, trasparenti e comparabili sul piano industriale”. Infine, lo scenario globale: dazi e instabilità geopolitica aumentano incertezza e costi lungo la filiera. “Oggi essere in un headquarter globale di un marchio automotive significa lavorare su scenari incerti… dove bisogna diversificare la supply chain, bisogna fare attenzione alle regole d’origine, al presidio dei costi logistici, fare revisioni continue dei piani di sourcing”. In questo contesto, conclude, serve rafforzare la base industriale europea e costruire fiducia: “Noi auspichiamo un approccio pragmatico dove si difenda la competitività europea nel contesto di apertura al commercio in un momento in cui il mercato ha bisogno di fiducia e accessibilità”.
MILANO (ITALPRESS) – Il teatro è uno dei più grandi strumenti di comunicazione di tutti i tempi. Nella terza puntata di “Power Talks, il potere della comunicazione”, format editoriale nato dalla collaborazione tra Italpress e Philia Associates, Jessica Nicolini intervista il regista Davide Livermore, direttore del Teatro Nazionale di Genova. E con lui parla di teatro come strumento di comunicazione, della forza delle immagini, del ruolo dell’arte nel raccontare il presente e anche della costruzione narrativa di eventi globali come le Olimpiadi. Un confronto intenso su ciò che oggi significa davvero comunicare: emozionare, prendere posizione, lasciare un segno.
“E’ così, il teatro comunica naturalmente le umane fragilità, comunica affetti, comunica e crea specchi per la società”, afferma Livermore. E ha una funzione educativa: “Noi possiamo specchiarci nel teatro e poter vedere le cose a volte più indicibili, più difficili da accettare. Per questo noi siamo in grado di poter essere educati dal teatro”.
Un teatro che conserva, nonostante il mutare dei tempi e della comunicazione, tutta la sua forza comunicativa: “rappresenta il nostro tempo, lo fa in una maniera a volte sconveniente. Perchè? Perchè tante volte noi non vogliamo vedere certe cose”. Una “sconvenienza” che diventa però strumento di crescita collettiva: “essere capaci di andare dentro quel dark side crea educazione sociale, crea coscienza, crea un pensiero critico”.
Livermore mette in guardia da una confusione che considera sempre più diffusa: “c’è una linea sempre più sottile e sempre più pericolosa tra arte e intrattenimento”. Ma non è una gara: “il comico, lo stand up comedy di turno, il famoso di turno e Shakespeare non sono in competizione”. Perchè “l’arte è una forma temporanea di eternità”.
Sul tema del rapporto tra teatro e tecnologia, Livermore difende l’”hic et nunc” del palcoscenico: “il teatro è qui e ora, la cosa straordinaria di poter vivere un qualcosa che non è replicabile esattamente nello stesso modo”. E’ una relazione irripetibile tra scena e platea, che nessun artificio può sostituire: “abbiamo bisogno di chi dal vivo ci commuove ed emoziona”.
E la tecnologia? Qual è oggi la sua collocazione oggi nel rapporto col teatro? “L’algoritmo può inventarsi tutto, può prevedere qualsiasi cosa”. Ma “cari algoritmi, sareste stati in grado di comprendere o di prevedere che la più grande cantante di ogni tempo si chiama Maria Callas, non è nata a Modena ma a New York da una famiglia greca?”. Perchè “ci sono dei momenti in cui vince l’anima, vincono le combinazioni illogiche della vita”.
E “interrogato” su cosa abbia più potere nella comunicazione, Livermore risponde: “La verità”, “la sincerità di quello che si sta comunicando”, e “soprattutto la competenza”. E mette in guardia dalla cultura “veloce” e dall’apparenza: “in un mondo in cui la competenza viene meno, desidero avere persone che dicono anche cose sconvenienti” ma che siano “frutto di un’esperienza umana”, “frutto di un sapere”.
GENOVA (ITALPRESS) – “Non ho cambiato idea, le primarie sono sbagliate perché ti obbligano a mettere in contrapposizione due o più soggetti politici che in realtà sono nella stessa alleanza”. Lo ha detto Silvia Salis, sindaca di Genova, a margine di una conferenza stampa. “C’è un periodo di tempo nel quale tu dovresti fare, in pratica, campagna elettorale contro le persone che poi dovrebbero sostenere il tuo governo – ha aggiunto Salis -. Una cosa che trovo tecnicamente sbagliata, è un messaggio di divisione che non sostengo. L’ho sempre detto, il fatto che ci avviciniamo alle elezioni non cambierà la mia posizione. Bisognerebbe fare una discussione interna e trovare un leader in grado di guidare il campo progressista”.
CATANZARO – Una vittoria che ha radici profonde nei territori e che oggi viene rivendicata come il risultato di un lavoro condiviso, costruito giorno dopo giorno. Dopo l’esito del referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, arriva la soddisfazione dei Comitati per il No attivi nelle province di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, protagonisti di una mobilitazione ampia e partecipata. Un percorso nato dal basso, come sottolineano gli stessi promotori, che hanno dato vita ai comitati attraverso il coinvolgimento diretto di associazioni, realtà civiche e organizzazioni sociali unite da una preoccupazione comune: difendere la Costituzione e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. In provincia di Catanzaro il Comitato si è costituito attorno a una rete già solida e riconoscibile, con l’adesione di realtà come Anpi, Arci, Libera, Auser, Federconsumatori e il Comitato No Autonomia Differenziata, insieme ad altre espressioni della società civile impegnate sui temi dei diritti e della legalità. Un lavoro che ha preso forma attraverso assemblee, incontri pubblici e momenti di confronto diffusi sul territorio. “Non è stata una battaglia forte e radicata, una mobilitazione unitaria e condivisa”, è il messaggio che emerge con forza. Una campagna che ha saputo parlare ai cittadini, spiegare nel merito i contenuti della riforma e costruire una partecipazione consapevole, come dimostrano i dati dell’affluenza. Particolarmente significativo, infatti, è stato il livello di coinvolgimento registrato nei territori, con una risposta ampia che ha accompagnato tutte le fasi della mobilitazione, dalla raccolta firme – che in poche settimane ha superato il mezzo milione di sottoscrizioni a livello nazionale – fino al voto finale. Alla base della posizione dei comitati, una critica chiara alla riforma proposta, ritenuta incapace di affrontare le reali criticità del sistema giustizia, come la durata dei processi o la carenza di personale, e orientata invece a intervenire sull’assetto costituzionale della magistratura. A pesare, secondo i promotori, anche il tentativo di comprimere i tempi del confronto pubblico, con una campagna referendaria ritenuta troppo breve rispetto alla portata delle modifiche proposte. Oggi, alla luce del risultato, il giudizio è netto: “È stata una vittoria della partecipazione e della democrazia”. Una risposta che, sottolineano, dimostra come la Costituzione continui a rappresentare un punto di riferimento forte per i cittadini, nonostante molte sue parti restino ancora inattuate. Il successo del No viene quindi letto come l’esito di un lavoro collettivo, capace di unire territori diversi e sensibilità differenti attorno a un obiettivo comune. Una mobilitazione che, da Catanzaro a Crotone fino a Vibo Valentia, ha trovato una sintesi nella difesa dei principi costituzionali. “Difendere la Costituzione non è una battaglia ideologica, ma una responsabilità collettiva”, avevano ribadito i promotori alla nascita dei comitati. Un principio che oggi, alla luce del voto, viene rilanciato come punto di partenza per il futuro.
ROMA – E’ morto, all’età di 91 anni, Gino Paoli. “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari“, dichiara la famiglia Paoli in una nota in cui chiede la massima riservatezza.
Fra i più grandi cantautori italiani, era nato a Monfalcone il 23 settembre 1934 e viveva a Genova. Il giovane Gino non ama studiare ma ama la musica e, per questo, inizia a frequentare amici che condividono la sua passione: Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Fabrizio De Andrè, Umberto Bindi… è il primo nucleo della cosiddetta “scuola genovese”. Nel 1959 Paoli realizza i suoi primi 45 giri che, però, non ottengono alcun successo così come accade in un primo momento per il brano “La gatta”. Qualche mese dopo l’uscita, invece, la canzone arriva in classifica suscitando l’interesse di Mogol che fa da prestanome a Paoli, non ancora iscritto alla Siae. E’ lui che propone a Mina di cantare “Il cielo in una stanza” il cui successo sancisce l’affermazione di Paoli come cantautore. Il 1961 è un anno importante per Paoli che, da un lato conosce Ornella Vanoni e inizia con lei una relazione che lo porterà a scrivere canzoni d’amore come “Senza fine”; ma, dall’altro, comincia ad abusare degli alcolici sviluppando una dipendenza che andrà avanti per lungo tempo finchè non deciderà di disintossicarsi.
L’anno dopo un altro amore, che fa scandalo: mentre la moglie Anna aspetta il loro figlio (Giovanni), Paoli si innamora di una giovanissima Stefania Sandrelli. Dalla relazione nasce Amanda. Il 1963 è l’anno di “Sapore di sale”, probabilmente il maggior successo della sua carriera, e di “Che cosa c’è”. Nonostante questo, l’11 luglio Paoli si spara un colpo di pistola al cuore. Gli anni che seguono non sono facili per Paoli: la prima partecipazione al Festival di Sanremo, nel 1964, con “Ieri ho incontrato mia madre” non va male come invece accade alla successiva, nel 1966 con “La carta vincente”. Il successo sembra averlo abbandonato e torna così per qualche tempo a suonare nei night della Liguria. Torna a farsi sentire nel 1971 con ben tre album che, però, riscuotono successo solo tra pochi estimatori. Questo, però, lo convince a pubblicare altri lavori “d’autore” con lo stesso risultato. Il successo ritorna con il brano “Una lunga storia d’amore”, scritto per la colonna sonora del film “Una donna allo specchio” interpretato da Stefania Sandrelli. La carriera di Paoli riprende il volo: sono gli anni di “Ti lascio una canzone”, “Cosa farò da grande”, “Questione di sopravvivenza”, “Questa volta no” (quest’ultima presentata al Festival di Sanremo nel 1989), “Quattro amici”, “La bella e la bestia” (cantata, per i titoli di coda della versione italiana dell’omonimo film della Disney con la figlia Amanda).Nel 1992 Paoli torna a Sanremo con “Un altro amore” che ottiene il terzo posto in classifica e il premio della critica per il miglior testo dell’anno.
Più di dieci anni dopo torna in tournèe con Ornella Vanoni (dopo quella trionfale del 1985) in occasione dell’uscita del disco di inediti “Ti ricordi? No, non mi ricordo”. Da Vanoni a Danilo Rea: nel 2012 Paoli collabora con il pianista jazz per l’album “Due come noi che…”, raccolta di brani di Paoli più alcune cover: il disco è un successo così come il tour, tanto che l’anno dopo i due replicano, con il disco “Napoli con amore”. La collaborazione si chiude nel 2017 con “3”, album dedicato alla chanson francese. A proposito di collaborazioni vale la pena ricordare i tanti cantanti che Paoli ha “incontrato” scrivendo per loro o con loro, da Zucchero (“Come il sole all’improvviso” e “Con le mani”) a Marcella Bella (“Tanti auguri”), da Giorgia a Sergio Cammariere. Tra le voci che hanno interpretato le sue canzoni ci sono Claudio Villa, Umberto Bindi, Gianni Morandi, Patty Pravo, Franco Battiato, Marco Masini e Franco Simone. In veste di talent-scout, Paoli ha scoperto Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè e Viola Valentino.