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Squillace, pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Ponte

È partito puntualmente, nella mattinata del Primo Maggio, il tradizionale pellegrinaggio in onore della Madonna del Ponte, una delle ricorrenze religiose più sentite a Squillace. Il corteo di fedeli è partito da piazza Duomo per dirigersi verso il Santuario della Madonna del Ponte, immerso nella suggestiva valle dell’Alessi. La manifestazione affonda le sue radici in una devozione antichissima, che intreccia storia e tradizione popolare. Le origini del culto risalgono infatti intorno all’anno Mille, quando nella zona sorgeva un eremo bizantino abitato dai monaci basiliani. Nei secoli successivi, la devozione si è arricchita anche di racconti legati a eventi miracolosi del Settecento, contribuendo a consolidare il forte legame tra la comunità e la Madonna del Ponte. Anche quest’anno la tradizione è stata rinnovata con grande partecipazione. Presenti rappresentanti dell’amministrazione comunale, tra cui il vicesindaco, assessori e consiglieri, a testimonianza dell’importanza dell’evento per la vita cittadina. Numerosa soprattutto la presenza di giovani e giovanissimi, che hanno accompagnato la discesa dalla piazza principale lungo i tornanti della strada provinciale 53, fino a raggiungere il piazzale del Santuario. Una volta giunti a destinazione, i fedeli hanno preso parte alla recita del Rosario, seguita dalla solenne celebrazione eucaristica presieduta dal rettore padre Piero Puglisi. Poi momento culturale e musicale, curato dall’associazione Promocultura Ets, con le esibizioni di Vincenzo Gallicchio alla fisarmonica e Filomena Gabriele al flauto, che hanno contribuito a rendere ancora più intensa l’atmosfera della giornata. A concludere il pellegrinaggio, come da tradizione, la benedizione delle automobili, gesto simbolico che unisce fede e quotidianità, rinnovando la protezione della Madonna su tutta la comunità.
Carmela Commodaro

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Chiaravalle, l’allarme di Radici e Ali: “Dissesto bis dietro l’angolo?”

Il movimento civico denuncia il  deragliamento dei conti. Sul tavolo, oggi, oltre due milioni di disavanzo certificato

La parola che a Chiaravalle nessuno vorrebbe pronunciare è tornata a circolare con insistenza: dissesto. Anzi, dissesto bis. A pronunciarla, senza giri di parole, è il movimento civico “Radici e Ali”, che dopo la seduta di Consiglio comunale di lunedì sull’approvazione del bilancio di previsione 2026-2028 ha deciso di rompere gli indugi e di parlare ai cittadini con il linguaggio dei fatti. E i fatti, oggi, hanno la forma di numeri: 2.076.631,52 euro di disavanzo tecnico certificato dallo stesso ente, ma una stima reale che — secondo l’opposizione — supererebbe i 3,1 milioni, e un fronte di decreti ingiuntivi pendenti che, tra sorte capitale, interessi di mora e spese legali, può pesare per oltre due milioni ulteriori.

“Un Comune che era appena uscito da un dissesto — è la sintesi del movimento civico — è stato riportato, nel corso dell’ultima consiliatura a guida Donato, a un nuovo deragliamento dei conti. La situazione delle casse comunali è stata taciuta per troppo tempo. Adesso il velo è caduto”.

Le promesse di ieri, i numeri di oggi

Quella di “Radici e Ali” non è una requisitoria astratta. È un confronto, parola per parola, tra ciò che la maggioranza ha raccontato per anni e ciò che le carte ufficiali certificano oggi. Da una parte il sindaco Domenico Donato, che fino a pochi mesi fa, in piazze, comizi e interviste, “annunciava avanzi di amministrazione“.

Dall’altra parte la vicesindaca Pina Rizzo, che in aula consiliare arrivò a gridare: “Non ci sono debiti! Ma quale nuovo dissesto!”. Una frase oggi “schiacciata dal peso del prospetto del risultato di amministrazione presunto, che documenta nero su bianco un disavanzo di oltre due milioni di euro — al netto degli accantonamenti che, se calcolati nelle misure dovute, peggiorerebbero ulteriormente il quadro”.

“Ecco — è il commento di “Radici e Ali” — i debiti ci sono. Eccome se ci sono. E sono debiti che qualcuno ha cercato in ogni modo di comprimere, rinviare per oltre due anni, prima che le carte costringessero la maggioranza ad ammetterli, almeno in parte”.

Il sindaco che tace

C’è poi il dato politico più pesante della seduta. Il sindaco Donato, che detiene personalmente la delega al bilancio, lunedì in aula non ha pronunciato una sola parola di presentazione, di relazione o di replica sul documento più importante che un’amministrazione comunale è chiamata ad approvare nel proprio mandato. Una scena muta che, per “Radici e Ali”, parla più di qualunque dichiarazione: “Quando chi ha la responsabilità politica del bilancio non difende il bilancio, significa che quel bilancio non è difendibile”.

Le due ipotesi possibili

Il movimento civico mette i cittadini di fronte a una domanda semplice, ma dirompente. Se fino a pochi mesi fa la narrazione ufficiale parlava di avanzi e di conti in ordine, e oggi le stesse carte dell’amministrazione certificano un disavanzo che oscilla tra due e tre milioni di euro, delle due l’una: “O nell’arco di pochi mesi questa amministrazione ha prodotto un disastro finanziario senza precedenti, oppure prima si faceva finanza creativa e oggi si sta semplicemente toccando con mano la realtà che era già lì, sotto il tappeto”.

In entrambi i casi, “la responsabilità politica ha nome e cognome: Domenico Donato”.

Chi pagherà?

La conseguenza di un disavanzo di queste dimensioni non è retorica. È materiale. Il principio contabile è chiaro: il disavanzo accertato deve essere applicato al bilancio futuro prima di ogni altra spesa. Significa meno risorse per i servizi, meno spazio per abbassare tributi e tariffe, maggiore rigidità del bilancio, necessità di tagli o di nuove entrate, o di entrambe le cose. Significa, soprattutto, che il piano di rientro — che la legge consente di distribuire negli esercizi della consiliatura — peserà sulle spalle dei cittadini di Chiaravalle Centrale per anni.

“Non si pagheranno questi debiti? Si pagheranno — è l’avvertimento di “Radici e Ali” —. A pagarli sarà la cittadinanza. Un euro alla volta. In bollette, tributi, servizi tagliati, opere mancate”.

L’avvertimento finale

A pochi mesi dalla scadenza del mandato, il movimento civico lancia anche un avvertimento politico esplicito, di quelli che non lasciano spazio a interpretazioni: “Adesso aspettiamo le spese allegre pre-elettorali, quelle con cui qualcuno, pur avendo lasciato un buco da tre milioni, proverà a ripresentarsi davanti agli elettori tra ripetuti flop culturali, con annesse sagre e tarantelle. Oppure — e qui il tono cambia — aspettiamo al varco i colpevoli di questo disastro totale?”.

Perché “un disavanzo di oltre due milioni di euro non è un dato tecnico da archiviare. È un’eredità. E le eredità, prima o poi, qualcuno le accetta o le rifiuta. Davanti agli elettori”.

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Catanzaro, una giornata di grazia e di istituzioni: l’investitura a Cavaliere di Malta con il Cardinale Baldassare Reina

La città di Catanzaro ha vissuto un momento di rara intensità spirituale e di alto valore istituzionale. Nella suggestiva cornice della Chiesa di San Giovanni Battista, un luogo che custodisce secoli di fede e storia cittadina, la presenza di Sua Eminenza il Cardinale Baldassare Reina ha trasformato una semplice cerimonia formale, cioè l’investitura a Cavaliere di Malta, in un autentico evento ecclesiale, capace di parlare al cuore della comunità. L’accoglienza riservata al Cardinale Reina è stata calorosa e solenne. Ad attenderlo, l’Arcivescovo Metropolita Mons. Claudio Maniago, insieme al Vicario Generale Mons. Salvatore Cognetti, la cui partecipazione ha sottolineato la solidità del legame tra le diverse realtà della diocesi. Una presenza corale che ha reso evidente una comunione ecclesiale non sempre così percepibile, ma che in questa occasione si è manifestata con limpidezza.
Un ringraziamento particolare è stato rivolto al Parroco, Don Massimo Cardamone, che con spirito di servizio ha aperto le porte della comunità di San Giovanni, permettendo lo svolgimento di una liturgia curata, intensa e profondamente partecipata. Nel cuore della celebrazione, l’omelia del Cardinale Reina ha offerto una riflessione potente e attuale. Ha messo in luce il contrasto tra il fragore del mondo, spesso amplificato da un rumore mediatico che genera ansia e disorientamento, e la mitezza di Dio, che parla con una voce capace di scuotere senza mai ferire. La voce del Buon Pastore – ha ricordato il Cardinale – non è quella che asseconda, ma quella che guida. Non promette scorciatoie, ma indica un sentiero. È una voce che riconosciamo perché “ha il sapore di casa” e perché non ci lascia mai dove ci ha trovati: ci accompagna, ci rialza, ci orienta verso la nostra piena realizzazione. Al termine della celebrazione eucaristica il Priore dell’Arciconfraternita Luigi Vincenzo Merante ha ringraziato il Cardinale Reina per aver concesso all’Arciconfraternita il privilegio e l’onore di presiedere la Liturgia eucaristica per festeggiare l’anniversario della fondazione della Reale Arciconfraternita dei SS. Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta ad honorem di Catanzaro insieme all’Arcivescovo Mons.Claudio Maniago, sempre vicino al sodalizio con il suo sostegno ed il suo consiglio. Il Vicario del Papa per la Città di Roma “ha voluto essere insieme con i confratelli per rendere grazie all’Altissimo per i doni che nel tempo sono stati concessi all’Arciconfraternita e per chiedere, attraverso protezione di Maria Odegitria di continuare a ben operare nel corso del suo cammino”. La presenza del Cardinale ha testimoniato il profondo legame che unisce il Sodalizio all’Arcibasilica Lateranense, Chiesa cattedrale della cristianità. Come disposto da Papa Innocenzo XI nella bolla del 14 maggio 1688, l’Arciconfraternita il 9 novembre di ogni anno è tenuta a partecipare con una sua rappresentanza alla festa della Dedicazione ed offre, in segno di comunione, il cero pasquale che viene acceso nelle celebrazioni liturgiche dell’Arcibasilica. Dopo il saluto del Priore ha avuto luogo l’ammissione nell’Arciconfraternita del Cardinale Reina al quale, come segno tangibile di gratitudine e a sottolineare il forte legame che ormai da diversi anni lega la sua persona all’Arciconfraternita, sono stati consegnati l’attestato di appartenenza e le insegne dell’Arciconfraternita. Ha avuto, quindi, luogo la sottoscrizione di un protocollo d’intesa stipulato tra Confraternita ed un gruppo leader della sanità privata calabrese, il Gruppo Citrigno, con il quale vengono assicurati agli appartenenti all’Arciconfraternita ed alle persone bisognose che si rivolgono al sodalizio per chiedere aiuto, prestazioni sanitarie, quali la diagnostica per immagini e le visite specialistiche, a condizioni agevolate o completamente gratuite. Il maestro Giuseppe Fata, calabrese, che dal 2023 ha iniziato la realizzazione del progetto internazionale “Simulacrum” l’arte sacra delle teste sculture che unisce arte, fede e spiritualità attraverso l’esclusiva forma d’arte delle sue “Teste sculture”, ha poi consegnato al Cardinale il Simulacrum 2026, il volto di Maria Santissima. Il Confratello Enzo Modulo Morosini ha voluto far dono all’Arciconfraternita di un libro sulla Simbologia araldica nel cristianesimo, all’interno del quale per rendere omaggio all’illustre visitatore, ha descritto lo stemma araldico del Cardinale Baldassare Reina, il cui motto episcopale è “Caritas patiens est (La carità è paziente)”, augurando al presule di continuare con la sua vita ad essere un esempio di grande disponibilità verso gli altri, di grande umanità e di grande carità. Un plauso sentito è stato rivolto alla Reale Arciconfraternita dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, custode di una tradizione secolare che continua a incarnarsi nel presente con dignità e dedizione. Il Priore Luigi Vincenzo Merante è stato particolarmente ringraziato per la sua guida attenta e impeccabile. Grazie al suo impegno e al suo alto senso delle istituzioni, la cerimonia ha brillato per decoro, ordine e sacralità, rendendo onore alla storia dei Cavalieri di Malta e al loro servizio alla Chiesa. Infine, un grazie sincero è stato rivolto a tutti i confratelli. La loro presenza composta, il loro servizio silenzioso e la loro partecipazione corale hanno rappresentato il tessuto prezioso su cui si è potuta dispiegare una giornata che resterà nella memoria della comunità catanzarese. L’investitura non è stata solo un rito, ma un segno: un invito a riscoprire la bellezza della dedizione, la forza della comunione e la profondità di una fede che, quando si fa gesto e testimonianza, diventa luce per l’intera città.
Carmela Commodaro

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Il fondatore del Premio Mar Jonio Luigi Stanizzi ricorda Teobaldo Guzzo

“Con la morte di Teobaldo Guzzo scompare il corrispondente storico da Tiriolo della “Gazzetta del Sud”, una figura nobile che ha messo sempre la cultura al centro delle sue molteplici attività”, lo ha dichiarato il giornalista professionista e fondatore-presidente del Premio Mar Jonio Luigi Stanizzi. “Insostituibile – precisa Stanizzi – il suo generoso contributo d’amore nel mondo della scuola, del cattolicesimo e della pubblicistica. Lascia tanti preziosi eredi culturali, primo fra tutti l’adorato figlio Luigi Mariano Guzzo, professore associato di Diritto e religione presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.” Funerali giovedì 30 Aprile, alle ore 16, nella Chiesa Maria SS. delle Grazie di Tiriolo.

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Montepaone, la biodinamica come cultura della terra e del cibo sano

Incontro promosso dal progetto culturale Naturium e dedicato a Cascine Orsine. Al centro della serata il ricordo della fondatrice del Fai, gli interventi di esperti, il confronto con il pubblico e le degustazioni curate dallo chef Gianpiero Menniti

Una serata partecipata, intensa, capace di trasformare il racconto di un’azienda agricola in una riflessione più ampia sul rapporto tra cibo, salute, ambiente e territorio. Si è svolto nella sede Naturium di Montepaone l’incontro dedicato alla fattoria Cascine Orsine, esempio storico di agricoltura biodinamica legato alla figura di Giulia Maria Crespi, fondatrice del Fai e protagonista di una visione pionieristica della tutela ambientale in Italia.

L’iniziativa, promossa da Naturium e condotta da Roberta Ussia e Giovanni Sgrò, ha messo al centro non solo i prodotti dell’azienda, ma soprattutto il valore culturale di un’esperienza agricola nata da una scelta radicale: coltivare rispettando la terra, la fertilità del suolo, la qualità degli alimenti e l’equilibrio tra uomo e natura.

A portare i saluti istituzionali è stato il sindaco di Montepaone, Mario Migliarese, che ha sottolineato con orgoglio il valore della presenza di Naturium sul territorio. Il primo cittadino ha richiamato anche un’esperienza vissuta in ambito turistico, ricordando come, in contesti fieristici internazionali, realtà come Naturium siano percepite come un vero valore aggiunto. Un elemento che, secondo Migliarese, andrebbe valorizzato anche nella comunicazione turistica: la possibilità di trovare prodotti biologici, biodinamici, vegani o adatti a persone con intolleranze può incidere concretamente sulla scelta di una destinazione.

Il tema, in Calabria, assume un significato particolare. Troppo spesso la regione viene percepita come carente sul piano dei servizi specializzati o dell’offerta alimentare di qualità legata al biologico. L’esperienza di Montepaone dimostra invece che anche in Calabria esistono presìdi culturali e commerciali capaci di intercettare una domanda sempre più consapevole, fatta di attenzione alla salute, all’origine dei prodotti e alla sostenibilità.

Particolarmente apprezzato l’intervento di Carmine Lupia, etnobotanico, che ha offerto una testimonianza diretta e ricca di riferimenti personali. Lupia ha raccontato di aver conosciuto il modello di Cascine Orsine già negli anni della sua formazione agraria, quando l’azienda veniva indicata come esempio virtuoso anche in ambito universitario. Il suo intervento ha restituito al pubblico il profilo umano e culturale di Giulia Maria Crespi: una donna determinata, generosa, animata dal desiderio di indicare una strada diversa rispetto all’agricoltura convenzionale.

Lupia ha ricordato la forza del pensiero di Crespi, capace di unire la tutela del patrimonio storico e paesaggistico con una visione agricola fondata sulla biodinamica. Non solo conservare dimore, luoghi e paesaggi, dunque, ma restituire loro una funzione viva, produttiva, sostenibile. In questo senso, la biodinamica è stata presentata non come una semplice tecnica agricola, ma come una visione complessiva dell’azienda agricola: un organismo in cui suolo, piante, animali, stagioni e lavoro umano sono parti di un unico equilibrio.

Nel corso dell’incontro si è parlato anche delle certificazioni Demeter, marchio internazionale che identifica le produzioni biodinamiche. Un tema centrale, perché consente di distinguere un prodotto non solo per la sua provenienza, ma per il metodo con cui viene ottenuto. La certificazione Demeter, infatti, richiama standard più specifici rispetto al biologico ordinario e rappresenta, per il consumatore, un segnale di tracciabilità, controllo e coerenza produttiva.

A seguire, Marisa Gigliotti, referente delle Comunità Slow Food in Calabria, ha inserito il tema della biodinamica in una cornice più ampia: quella del cibo buono, pulito e giusto, del recupero dei semi antichi, della valorizzazione delle comunità locali e di uno stile alimentare “lento”, nato anche come risposta culturale alla diffusione del fast food. Il suo intervento ha richiamato la necessità di recuperare tempi, sapori e saperi che la produzione standardizzata rischia di cancellare.

Sul piano nutrizionale è intervenuto Francesco Lembo, che ha posto l’attenzione sul rapporto tra alimentazione biologica, microbiota e benessere dell’organismo. Lembo ha spiegato come un cibo più integro, meno trasformato e più vicino alla sua natura originaria possa essere riconosciuto e assimilato meglio dal corpo. Ampio spazio è stato dedicato anche alle domande del pubblico, in particolare di alcune mamme interessate a comprendere come impostare un’alimentazione più corretta per i figli. Tra i temi affrontati, anche quello della prima colazione: non un gesto frettoloso o ridotto a semplici abitudini, ma un momento nutrizionale importante per evitare squilibri e picchi glicemici durante la giornata.

Alla serata ha partecipato anche Gloria Samà, capo delegazione Fai Catanzaro, che ha accolto con entusiasmo la scelta di dedicare l’iniziativa alla memoria di Giulia Maria Crespi. Per il mondo Fai, Crespi resta una figura fondativa e un riferimento culturale imprescindibile. L’incontro di Montepaone ha avuto così anche il merito di riportare alla luce un aspetto forse meno conosciuto della sua biografia: non soltanto la difesa del patrimonio artistico e paesaggistico, ma anche l’impegno concreto per una nuova cultura agricola.

La partecipazione del pubblico è stata attenta e vivace. Tra i presenti anche operatori agricoli interessati al metodo biodinamico, a conferma di una curiosità crescente verso modelli produttivi alternativi. Il confronto ha toccato pure il tema della redditività: il biologico e il biodinamico richiedono mercati capaci di riconoscerne il valore aggiunto, spesso più facilmente intercettabili in circuiti specializzati o internazionali. È stato richiamato, in questo senso, anche l’esempio dell’olio Demeter prodotto dall’azienda agricola San Francesco di Rizziconi, apprezzato in contesti esteri dove la qualità certificata viene maggiormente valorizzata.

La serata ha generato anche nuove occasioni di incontro. La presenza della professoressa Rizzuto dell’Università Magna Graecia di Catanzaro e il dialogo con Carmine Lupia hanno aperto spunti di collaborazione in ambito universitario e formativo, confermando la vocazione di Naturium non solo come luogo commerciale, ma come spazio educativo, culturale e relazionale.

A chiudere l’iniziativa sono state le degustazioni curate dallo chef Gianpiero Menniti, che ha accompagnato il pubblico in un percorso di assaggi con prodotti legati a Cascine Orsine. Ricotta, primo sale, crescenza e altri formaggi hanno introdotto il momento conviviale conclusivo, culminato in un risotto preparato dal vivo e arricchito con formaggi biodinamici e olio Demeter. Un finale molto apprezzato, che ha dato concretezza al messaggio della serata: la qualità non si racconta soltanto, si riconosce nel gusto, nella materia prima e nella cura con cui arriva a tavola.

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Soverato, l’allarme sul gioco d’azzardo: “In Italia bruciati 165 miliardi”

Al Teatro Comunale il convegno “Liberi dal gioco d’azzardo”, promosso dall’Associazione Il Mantello. I dati illustrati dall’avvocato Roberta Ussia: spesa record, tassazione più bassa rispetto ad altri settori e ricadute sociali sempre più gravi

Una cifra più di ogni altra ha attraversato il convegno di Soverato come un pugno nello stomaco: 165 miliardi di euro. È il volume del gioco d’azzardo in Italia richiamato nel corso dell’incontro “Liberi dal gioco d’azzardo”, ospitato presso il Teatro Comunale e organizzato da Alfredo Costo dell’Associazione Il Mantello, con la partecipazione degli studenti dell’ITT Malafarina e del Liceo linguistico dell’Istituto Maria Ausiliatrice.

Un appuntamento già svolto, ma destinato a lasciare una traccia nel dibattito pubblico locale e regionale. Non solo per la presenza di numerose autorità — tra cui S.E. il Prefetto di Catanzaro Castrese De Rosa, il consigliere regionale Ernesto Alecci, il comandante della Compagnia dei Carabinieri di Soverato, capitano Gianluca Girardo, e il comandante della Guardia di Finanza di Soverato, Pierpaolo Friolo — ma soprattutto per la forza dei numeri portati all’attenzione della platea.

Il quadro nazionale, del resto, conferma la gravità del fenomeno: secondo i dati diffusi da Libera e rilanciati dall’ANSA, nel 2025 il gioco d’azzardo in Italia ha superato i 165 miliardi di euro, con una crescita di circa il 5% rispetto all’anno precedente.

A mettere in fila le cifre, durante il convegno, è stata l’avvocato Roberta Ussia, che ha proposto un confronto con altri Paesi europei. In Italia, ha ricordato, si arriverebbe a una spesa media di circa 2.800 euro per abitante, neonati compresi. In Germania, secondo i dati richiamati nel corso dei lavori, il volume sarebbe intorno ai 15 miliardi, con una spesa media di circa 200 euro per abitante; in Francia circa 15 miliardi, con una spesa media intorno ai 220 euro; in Spagna circa 11 miliardi, sempre con una media di circa 220 euro.

Il nodo, secondo Ussia, non è soltanto sociale, ma anche economico e fiscale. «Mentre la tassazione sui lavoratori parte da percentuali ben più alte e può arrivare a livelli molto pesanti sui redditi maggiori, nell’azzardo siamo intorno all’8,5%», ha affermato l’avvocato, denunciando quella che ha definito una evidente sproporzione. «Perché lasciare gli italiani a disperdere stipendi e patrimoni fino a farli arrivare a 165 miliardi, mentre in altri Paesi europei si gioca ma con cifre enormemente inferiori? Non possiamo più stare fermi davanti a questa evidenza: la politica deve fare assolutamente un cambio di passo».

Il ragionamento posto da Ussia è stato netto: quei 165 miliardi, se indirizzati verso l’economia reale, potrebbero sostenere consumi, imprese, lavoro, stabilità familiare e coesione sociale. «Mentre molte attività commerciali chiudono e il Paese mostra segnali di declino economico, assistiamo a una dispersione di denaro che impoverisce famiglie e territori», ha osservato. Da qui l’interrogativo rivolto anche al mondo produttivo: «Perché Confindustria, Confcommercio e le associazioni di categoria non sollevano con forza questo problema? Quanti benefici potrebbe generare nell’economia reale una spesa di 165 miliardi? Quanti posti di lavoro potrebbero nascere?».

«La Calabria non può restare spettatrice di fronte a questi numeri – ha affermato Ussia. – Il punto è politico, economico e morale: possiamo continuare ad accettare che una quantità così impressionante di denaro finisca nel circuito dell’azzardo, mentre territori come la Calabria chiedono lavoro, infrastrutture e dignità? Non si tratta di proibire in modo cieco, ma di ristabilire una gerarchia di valori. Prima vengono le persone, le famiglie, i territori, l’economia reale. Poi tutto il resto. Per questo serve un cambio di passo immediato: nella tassazione, nei controlli, nella prevenzione e nella responsabilità della politica».

Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche un altro dato allarmante: sarebbero circa 20 milioni gli italiani coinvolti direttamente o indirettamente nel fenomeno, con circa 2 milioni di giocatori compulsivi. Numeri che trasformano l’azzardo da questione individuale a emergenza collettiva, familiare, sanitaria ed economica.

Sul versante normativo è intervenuto l’avvocato Arturo Bova, che ha richiamato la necessità di riportare al centro del dibattito politico calabrese la legge regionale n. 9 del 2018, dedicata alla prevenzione e al contrasto della ’ndrangheta e alla promozione della legalità. All’interno di quella cornice, il tema del gioco d’azzardo patologico assume un rilievo specifico, anche attraverso strumenti come il distanziometro e la regolamentazione degli orari di apertura delle sale gioco e dei centri scommesse. La stessa normativa regionale è stata poi modificata dalla legge regionale n. 53 del 2022, intervenuta sull’articolo 16 relativo alle limitazioni orarie.

Bova ha sottolineato la necessità di rendere realmente operative misure pensate per tutelare soprattutto le fasce più vulnerabili: minori, anziani, persone fragili, famiglie già esposte a difficoltà economiche. In questi giorni, è stato ricordato, anche il consigliere regionale Enzo Bruno ha parlato di una legge progressivamente “svuotata”, chiedendo interventi rapidi davanti a un fenomeno sempre più allarmante. Secondo quanto riportato dal Corriere della Calabria, Bruno ha richiamato proprio le criticità applicative legate a strumenti come distanziometro, orari di apertura e logo “No Slot”.

La psicologa Maria Rita Notaro, in servizio presso il SerD di Soverato, ha invece portato l’attenzione sul percorso di cura del giocatore patologico. Un percorso complesso, spesso segnato da ricadute, fragilità relazionali, senso di vergogna e difficoltà nel riconoscere la dipendenza. Il gioco, è emerso, non colpisce solo chi scommette: travolge famiglie, rapporti affettivi, lavoro, fiducia, patrimonio personale e dignità.

Particolarmente toccante l’intervento di padre Piero Puglisi, che ha raccontato testimonianze drammatiche raccolte nel tempo, tra cui quella di genitori maltrattati da un figlio dipendente dall’azzardo, poi purtroppo scomparso. Il sacerdote ha invitato i ragazzi a non voltarsi dall’altra parte e a segnalare situazioni a rischio alle persone competenti e alle forze dell’ordine. Il punto, ha lasciato intendere, non è giudicare, ma salvare vite e riportare al centro l’umanità delle persone.

Il consigliere regionale Ernesto Alecci ha richiamato anche la propria esperienza da sindaco di Soverato e ha raccolto l’appello arrivato dai presenti affinché la Regione Calabria torni a intervenire con decisione sulla materia. Il Prefetto Castrese De Rosa, rivolgendosi in particolare ai giovani, ha insistito sulla necessità di fare rete e sul valore del rispetto delle regole. Nelle ultime settimane, è stato ricordato, si sono intensificati i controlli su diversi fronti legati alle devianze, dall’alcol alla droga; ma dal convegno è emersa con chiarezza anche l’esigenza di un maggiore controllo sul rapporto tra minori e gioco d’azzardo.

A rendere ancora più concreta la discussione è stata la testimonianza di un giocatore in trattamento presso il SerD di Soverato. Il suo racconto ha mostrato agli studenti la spirale della dipendenza: bugie, inganni, ricerca continua di denaro, isolamento, perdita progressiva del controllo. Una testimonianza emotiva e commovente, utile proprio perché capace di trasformare i numeri in una storia, e la statistica in volto umano.

Il messaggio finale del convegno è stato condiviso: famiglie, scuola, istituzioni, forze dell’ordine, servizi sanitari e classe dirigente devono fare un passo in più. Non basta parlare di divieti. Occorre prevenire, intercettare i segnali, riconoscere le anomalie nella gestione del denaro familiare, intervenire prima che la dipendenza distrugga persone e relazioni. Perché dietro i 165 miliardi giocati non ci sono soltanto entrate fiscali o statistiche nazionali: ci sono stipendi dispersi, patrimoni consumati, attività economiche impoverite, famiglie spezzate.

Ed è proprio da Soverato che arriva una domanda destinata a pesare nel dibattito pubblico: può un Paese permettersi di considerare normale un sistema in cui una quota così enorme di ricchezza privata viene assorbita dall’azzardo, mentre l’economia reale arretra e intere comunità faticano a reggere il peso della crisi?

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Soverato, al Salone del Libro “L’identità dell’anima” di Gabriele Ruggiu

Lunedì 18 maggio, nello stand della Regione Calabria, il romanzo breve dell’autore calabrese sarà al centro di un dialogo con Francesco Pungitore: una storia visionaria sul confine tra umano, tecnologia, identità digitale e intelligenza artificiale.

Soverato sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 anche con una riflessione letteraria di forte attualità: il rapporto tra identità umana, tecnologia e intelligenza artificiale. Lunedì 18 maggio, dalle 15 alle 15.40, nello stand della Regione Calabria, Padiglione Oval, coordinate U138–V137, sarà presentato “L’identità dell’anima” di Gabriele Ruggiu. A discuterne con l’autore sarà il prof. Francesco Pungitore. Il libro, pubblicato l’11 maggio 2025 su Amazon come romanzo breve, mette al centro una figura fragile e potentemente contemporanea: Fixer, un uomo solo, separato, emotivamente spezzato, che vive chiuso nel proprio garage. In quello spazio ristretto, insieme officina, rifugio e prigione, trasmette dirette online mentre tenta di ridare vita a oggetti abbandonati: schede madri, hard disk, circuiti, componenti elettronici ormai scartati. Ma la riparazione, nel romanzo di Ruggiu, non è mai soltanto tecnica. Ogni gesto compiuto da Fixer davanti alla telecamera diventa il riflesso di una ferita più profonda. L’uomo non sta provando soltanto ad aggiustare macchine rotte: sta tentando, senza riuscirci davvero, di aggiustare se stesso. È qui che il libro intercetta uno dei grandi temi del nostro tempo: la promessa della tecnologia come compensazione della solitudine. Fixer cerca pubblico, notifiche, like, attenzione. Vuole essere visto e ascoltato, ma la connessione digitale si rivela progressivamente un palliativo insufficiente, incapace di colmare il vuoto della relazione umana. La rete gli restituisce presenze intermittenti, non legami autentici. La svolta narrativa arriva durante una riparazione in diretta, quando Fixer si ferisce alla mano. Da quel momento il confine tra realtà, memoria, allucinazione e trasformazione interiore comincia a cedere. Il dolore fisico si mescola a scariche, automatismi, compulsioni e perdita di controllo. Il garage diventa una scena mentale, quasi rituale. Le notifiche assumono un valore inquietante. La tecnologia, da strumento, sembra trasformarsi in forza estranea, meccanica, disumanizzante. In questa prospettiva, “L’identità dell’anima” può essere letto anche come un romanzo sull’epoca dell’intelligenza artificiale: non perché racconti semplicemente una macchina intelligente, ma perché interroga il punto decisivo della nostra contemporaneità. Che cosa resta dell’identità personale quando l’essere umano si specchia continuamente nei dispositivi, nei dati, negli schermi, negli algoritmi e nei propri doppi digitali? Il tema del “doppio” attraversa infatti il cuore del romanzo. Fixer si confronta con una versione altra di sé, proiettata nello spazio digitale e alimentata da memoria, colpa, desiderio di riconoscimento e bisogno di controllo. La tecnologia diventa una soglia: attraverso email, monitor, hard disk, password e dirette online affiorano le parti sommerse della sua coscienza. Il nucleo più drammatico riguarda il trauma familiare: il fallimento del matrimonio, la frattura con il figlio e il ricordo devastante di un gesto di rabbia che ha ferito proprio il bambino. Da quel punto, il romanzo si sposta sempre più dall’esterno all’interno. La vicenda non è più soltanto quella di un uomo che ripara oggetti, ma di una coscienza costretta a guardare la propria parte più oscura. La falena che sbatte contro il neon diventa il simbolo più efficace di questa condizione: una creatura attratta dalla luce fino a consumarsi in essa. Come Fixer, attratto dalla visibilità digitale, dalla promessa di un pubblico, dalla possibilità di essere riconosciuto, ma incapace di distinguere la luce che salva da quella che brucia. Il valore del romanzo di Ruggiu sta proprio in questa tensione: raccontare la tecnologia non come semplice scenario, ma come specchio deformante dell’anima. L’intelligenza artificiale, il digitale, la riproduzione tecnica dell’identità non cancellano le domande fondamentali dell’uomo. Le rendono, semmai, più urgenti: chi siamo quando nessuno ci guarda davvero? Che cosa significa essere riconosciuti? Una macchina può restituirci un’immagine, ma può restituirci anche una verità? Il finale rimane aperto e inquieto. Fixer comprende che ciò che inseguiva non era il successo, né il pubblico, né la perfezione tecnica. La vera riparazione riguarda il legame umano tradito, soprattutto quello con il figlio. È lì che il romanzo colloca la sua domanda più profonda: nessuna tecnologia, nessun algoritmo, nessun doppio digitale può sostituire il confronto con la parte ferita di sé. “Il romanzo di Gabriele Ruggiu – commenta Francesco Pungitore – ha il merito di usare la tecnologia non come semplice sfondo narrativo, ma come luogo simbolico in cui l’uomo contemporaneo si misura con la propria solitudine, con il bisogno di riconoscimento e con le fratture della propria identità. Ne L’identità dell’anima il digitale, le dirette online, gli schermi e il possibile doppio artificiale non sostituiscono l’umano: lo interrogano. Ed è proprio qui che il libro diventa attuale, perché nell’epoca dell’intelligenza artificiale la domanda decisiva non è soltanto che cosa possano fare le macchine, ma che cosa resta dell’uomo quando cerca negli algoritmi una risposta alla propria ferita interiore”.

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Primo maggio La tradizionale discesa da Squillace Paese al Santuario

Il Primo Maggio, giorno dedicato al lavoro e alla dignità dell’uomo, qui da noi si trasforma in cammino, memoria e fede. La tradizionale discesa da Squillace Paese al Santuario non è soltanto un gesto che si ripete nel tempo, ma un legame vivo che unisce generazioni nel segno della devozione.

Quest’anno, questo cammino si arricchisce di un significato ancora più profondo: ricorrono i cinquant’anni dal restauro della chiesa e dall’arrivo della nuova statua, dono generoso delle famiglie Mungo Agazio e Mercurio Giuseppe. Il restauro, avviato su iniziativa di don Domenico Cirillo, rappresenta un segno concreto dell’amore e dell’impegno di una comunità che, guidata da una fede salda, ha saputo rinnovare e custodire il proprio Santuario.

A questa opera si è data continuità nel tempo grazie alla presenza e al servizio di Don Emidio Commodaro e, successivamente, con l’arrivo di Padre Piero Puglisi, che hanno contribuito a far crescere il Santuario non solo nella sua struttura, ma soprattutto nella vita spirituale della comunità, rendendolo sempre più punto di riferimento per i fedeli.

A questo cammino si unisce anche la comunità di Squillace Lido, che insieme a Squillace centro si muove in pellegrinaggio verso il Santuario: un segno forte di unità, che testimonia come, pur nelle diverse realtà, siamo un unico popolo che si ritrova ai piedi della Madonna.

Ogni passo verso il Santuario racconta una storia, ogni sguardo custodisce un ricordo, ogni preghiera rinnova una promessa. In quel restauro, in quel dono e nel cammino che continua ancora oggi, c’è il lavoro di tante mani, ma soprattutto il cuore di un popolo che non ha mai smesso di credere.

Scendere insieme significa ritrovarsi, riconoscersi parte di una storia più grande, rendere grazie per ciò che abbiamo ricevuto e affidarci con fiducia al futuro. Come il lavoro, anche la fede si costruisce giorno dopo giorno, con gesti semplici ma autentici.

Inoltre, questo Primo Maggio segna anche l’inizio del mese mariano: un tempo speciale che affidiamo con devozione alla Madonna, perché accompagni il cammino della nostra comunità.

E così, tra memoria e devozione, il Primo Maggio diventa per tutti noi una testimonianza viva: quella di una comunità unita, che continua il suo cammino, custodendo il passato e guardando con speranza a ciò che verrà.

Passo dopo passo, tra memoria e speranza, il nostro cammino continua: custodito dalla fede di ieri, illuminato dall’amore di oggi.
Carlo Mauro

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Squillace, prevenzione e attenzione per i più piccoli: il progetto “Occhio ai bambini”

Si è chiuso con un bilancio estremamente positivo lo screening visivo gratuito rivolto ai bambini dell’Istituto Comprensivo di Squillace Centro e Lido, iniziativa che ha registrato una partecipazione ampia e attenta da parte delle famiglie. “Occhio ai bambini”, progetto dedicato alla prevenzione oculistica in età scolare, è stato promosso dalla Fondazione Iaps Italia, in collaborazione con il Comune di Squillace, rappresentato dall’assessore alla Sanità Tommaso Cristofaro, dall’assessore alle Politiche sociali Francesca Caristo e dalla consigliera delegata all’Istruzione Daniela Lioi. Fondamentale il contributo organizzativo dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Catanzaro, che ha messo a disposizione professionalità e competenze. Lo screening ha coinvolto numerosi alunni, sottoposti a controlli visivi semplici, rapidi e non invasivi, utili per individuare precocemente eventuali difficoltà o disturbi della vista. Un gesto di attenzione che va ben oltre l’aspetto sanitario: la vista è infatti uno dei pilastri del percorso di apprendimento, e intercettare un problema in tempo può evitare ricadute su rendimento scolastico, socialità e benessere generale. La prevenzione in età pediatrica rappresenta uno degli strumenti più efficaci per garantire ai bambini un corretto sviluppo. Disturbi come ambliopia, difetti di refrazione o problemi di coordinazione oculare, se riconosciuti precocemente, possono essere trattati con successo, riducendo il rischio di difficoltà future. Investire in controlli regolari significa quindi investire nella crescita armoniosa dei più piccoli. L’assessore Cristofaro, anche vicesindaco di Squillace, ha sottolineato come l’amministrazione comunale consideri la salute dei cittadini, soprattutto dei bambini, una priorità assoluta. «Investire nella prevenzione significa costruire basi solide per il futuro della nostra comunità», ha detto Cristofaro, evidenziando l’importanza di accompagnare i più giovani in un percorso di crescita sano e sereno. Il successo dell’iniziativa è frutto di una collaborazione virtuosa tra enti, professionisti, scuola e famiglie. Un ringraziamento sentito va alla Fondazione Iaps Italia, all’Uici di Catanzaro, all’Istituto Comprensivo, ai docenti e ai genitori che hanno aderito con entusiasmo, comprendendo il valore di un gesto semplice ma fondamentale. In un contesto in cui i bambini trascorrono sempre più tempo davanti a schermi e dispositivi digitali, iniziative come questa assumono un significato ancora più importante. Educare alla prevenzione, sensibilizzare le famiglie e offrire controlli gratuiti significa prendersi cura del domani, perché la salute visiva è un patrimonio prezioso che va tutelato fin dai primi anni di vita.
Carmela Commodaro

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Montepaone, Rattà non ci sta: «Nessun calcolo dietro l’esclusione. Continueremo la nostra battaglia fuori dal Consiglio»

È vero, per la prima volta ci sarà un solo simbolo sulla scheda elettorale.

Il nostro, quello del “sole che sorge”, è stato escluso dalla competizione elettorale per vizi nella presentazione della lista.
Questa è assolutamente una nostra responsabilità che non può essere addossata a nessun altro e della quale chiediamo scusa a tutti i cittadini, soprattutto ai tantissimi che avevano visto nella nostra coalizione, dopo dieci anni, una reale e solida opportunità di cambiamento democratico. È a loro che va principalmente il nostro pensiero ed il nostro infinito ringraziamento per gli attestati di incondizionata stima ed affetto. Premesso tutto questo, veramente sgomenti ed attoniti ci lasciano i contenuti apparsi in queste ore sui social da parte del candidato a sindaco della lista avversaria, nei quali, in maniera sprezzante ed altezzosa, si preoccupa unicamente di marcare la propria precisione e capacità nel collazionare la necessaria documentazione, adombrando incompetenze ed incapacità altrui, senza neppure una parola di circostanza sul vulnus democratico che il nostro involontario incidente ha inevitabilmente provocato. Ancora più grave è che, sia pure con formule allusive, si sia voluto insinuare negli onesti cittadini di Montepaone il dubbio che si sia trattato di una scelta orientata da calcolo elettorale, da volontà di provocare il caos o da altro occulto utilitarismo. Si tratta di illazioni ingiuste, offensive e del tutto infondate, che respingiamo con fermezza, anche perché rivolte a persone che, per storia personale, professionale, amministrativa e politica, hanno sempre agito alla luce del sole, con serietà e nel rispetto delle istituzioni. L’obiettivo dichiarato era e resta fieramente quello di essere alternativi e diversi dall’attuale compagine amministrativa. Questo era, è e rimarrà l’unico nostro obiettivo presente e futuro da perseguire nelle forme e nei modi che la legge ci consentirà. Se non potremo farlo dai banchi del consiglio comunale, lo faremo per le strade del nostro Comune, denunciando ogni forma di degenerazione nell’amministrazione della cosa pubblica e lottando strenuamente contro ogni latente forma di rivalsa o prevaricazione. Il mancato accenno da parte della più alta Istituzione comunale al patrimonio valoriale messo in campo dai tanti giovani e dalle tante donne che con entusiasmo hanno aderito alla sfida di cambiamento e rinnovamento è la cifra del rispetto che si ha della comunità tutta, al netto di ogni slogan, di ogni facile proclama e prescindendo dall’orientamento politico di tutti i cittadini.

Nulla di tutto questo, purtroppo.

Noi, invece, che abbiamo come unico scopo il rispetto ed il bene di tutti i nostri concittadini, indipendentemente dall’appartenenza e dal tifo, con senso di enorme responsabilità invitiamo anche i nostri moltissimi sostenitori a recarsi alle urne e facilitare il raggiungimento del quorum necessario a scongiurare il commissariamento dell’ente. Per fortuna Montepaone, nonostante l’innegabile sviluppo intervenuto, è ancora una piccola comunità nella quale ognuno ha la dignità ed il prestigio che merita e nella quale tutti conoscono tutti. È su questo convincimento che sono sicuro si potrà ricostruire una visione ed un futuro migliore per la nostra comunità.

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