Interviste SottoTraccia di Davide Mercurio. La 48.ma con con i Plastic Farm Animals

L’oro del Precipizio dei Plastic Farm Animals è un disco che non chiede permesso. Entra, scuote, scompone. E soprattutto non consola. È un lavoro che nasce da una necessità fisica, quasi febbrile, di espellere ciò che non può restare dentro: tensione, fragilità, furia, lucidità. Trentatré minuti che sembrano un corpo che vibra, un nervo che pulsa, un equilibrio che si spezza e si ricompone senza mai davvero stabilizzarsi. I Plastic Farm Animals tornano con un disco che rifiuta ogni forma di comfort. L’ascoltatore non viene accompagnato: viene trascinato. Dentro sale prove umide, amplificatori saturi, Live clandestini consumati sotto palchi troppo piccoli per contenere tutta quell’urgenza. Davide Mercurio, del Collettivo OndaRock di Squillace, li aveva incontrati anni fa all’OndaRocK Video Clip Contest, dove conquistarono il secondo posto mostrando già quell’attitudine viscerale che oggi è diventata una firma. Ritrovarli adesso per la 48.ma Intervista SottoTraccia, significa entrare ancora più a fondo nel loro caos creativo. Il titolo del disco, “L’oro del Precipizio”, è una dichiarazione di poetica. Per Francesco e compagni il precipizio non è solo caduta: è un luogo quotidiano di consapevolezza. Basta una lettera per trasformare l’orlo in oro. O per fare il percorso inverso. Tutto si gioca lì, su quella linea sottile dove il controllo sfuma nel collasso. È in quella tensione che i Plastic Farm Animals sembrano sentirsi vivi. La loro scrittura nasce dall’istinto, ma viene modellata quel tanto che basta a dare una direzione al caos. Nessuna regola, nessun recinto: l’unico metro è il brivido. Quel momento in cui, durante una prova, qualcuno esclama: “Minchia, sona”. E allora il pezzo è vicino alla sua forma definitiva. “Cara la Notte” e “Per la Gloria” restituiscono la sensazione di essere stati registrati di getto, senza filtri. Dentro c’è l’eredità del punk anni ’80 e ’90, la necessità di dire ciò che non può essere trattenuto, di vomitare emozioni prima ancora che di costruire estetica. Le frasi arrivano dritte, sporche, senza sovrastrutture, sostenute da una musica che tiene insieme la testa e invita allo stesso tempo a svuotarsi completamente. Anche nei testi rifiutano la linearità narrativa: preferiscono immagini, frammenti, puzzle emotivi che ogni ascoltatore può ricomporre nel proprio vuoto personale. Un linguaggio che accetta il caos come forma comunicativa autentica, in continuità con le sintesi televisive di Blob, loro riferimento emotivo e culturale. Il disco attraversa noise, post-hardcore, screamo, punk, eppure i Plastic Farm Animals evitano di diventare una somma di influenze. Ascoltano di tutto, dalle musicassette consumate alle derive più disparate, ma preferiscono lasciare agli altri il piacere di riconoscere eventuali riferimenti. A loro interessa che, alla fine, si senta qualcosa che appartenga davvero ai Plastic Farm Animals. Il punto centrale resta la sincerità: non negano rabbia, paura, vulnerabilità. Le accettano come parti necessarie dell’essere umani. «Non siamo solo rabbia, siamo anche rabbia», dicono. Ed è forse questa complessità emotiva a rendere il disco così vivo e disturbante. Il rapporto con il pubblico è fisico, diretto, quasi carnale. Il live è l’incontro assoluto con gli altri e con sé stessi. Senza concerti, dicono ironicamente, resterebbe solo una forma di autoerotismo artistico. E loro preferiscono ciò che si condivide. Il prossimo appuntamento importante sarà l’apertura agli Uzeda durante il Festival Multidisciplinare Itinerante per la Calabria organizzato dall’Associazione Culturale Il Filo di Sophia / Aghia Sophia Festival di Cosenza. Per loro non è solo un concerto, ma è un cerchio che si chiude. Gli Uzeda sono stati un riferimento, un modello attitudinale. Condividerne il palco significa toccare con mano qualcosa che da adolescenti sembrava irraggiungibile. “L’oro del Precipizio” non accompagna, ma travolge. È un disco sporco, nervoso, umano. Un rumore organizzato contro il silenzio dell’assuefazione. I Plastic Farm Animals sembrano voler ricordare una cosa semplice e feroce: anche nel crollo può esistere una forma di bellezza. Ma bisogna avere il coraggio di guardarla senza distogliere lo sguardo.
Carmela Commodaro

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