Intervista SottoTraccia di Davide Mercurio: Deep Valley Blues, lo stoner che scava nell’anima tra polvere, trance e radici blues

La traiettoria dei Deep Valley Blues non è un percorso tracciato, ma una fenditura sonora che taglia in due la storia del blues e le sue mutazioni contemporanee. Tra il richiamo arcaico del Delta e le visioni psichedeliche dello stoner moderno, la band sceglie di non scegliere: attraversa quella linea sottile che unisce mondi lontani e la trasforma in un viaggio fatto di istinto, sottrazione e immagini interiori. Nella 37ª puntata di Interviste SottoTraccia, la rubrica curata da Davide Mercurio per il collettivo OndaRocK, i Deep Valley Blues raccontano un’identità musicale che rifiuta confini rigidi. Non un genere, ma un ecosistema di influenze che convivono senza gerarchie. L’approccio è quasi scultoreo: togliere più che aggiungere, lasciare che il suono respiri, che l’emozione guidi la forma. Il blues resta il nucleo originario, inteso come impulso primordiale, come urgenza espressiva che non ha bisogno di definizioni. Le figure di Robert Johnson e Mississippi John Hurt non sono modelli da imitare, ma sorgenti da cui attingere un’energia che cambia volto a seconda dello stato d’animo: rabbia, introspezione, liberazione. Accanto alla produzione artistica, emerge un impegno costante nel dare voce a ciò che spesso resta ai margini. Mightallurgia Pesante, nato su UMG Web Radio, è un progetto che trasforma storie, aneddoti e incontri in uno spazio di visibilità per una scena sotterranea che raramente trova attenzione. L’esperienza nella critica musicale ha affinato un ascolto più profondo, capace di cogliere intenzioni, limiti e valore emotivo di ogni disco, andando oltre il semplice gusto personale. Dal 2016 la band ha pubblicato quattro lavori che segnano un’evoluzione coerente e viscerale. Dall’esordio ruvido e diretto fino a Sangue e Veleno, album cupo e personale che chiude un ciclo, i Deep Valley Blues hanno mantenuto intatta la matrice del loro sound: un impasto di terra, sudore e visioni, dove convivono dolore, ironia e una rabbia che non esplode ma brucia lenta. Sul palco i Deep Valley Blues diventano un corpo unico con il pubblico. Ogni concerto è un’esperienza fisica, un rito di contatto diretto, energia e caos controllato. La dimensione live è il luogo in cui il loro suono si espande, si sporca, si trasforma, restituendo quella verità che in studio rimane solo suggerita. Con il festival Desert Cruiser hanno cercato di creare spazi concreti per una scena che fatica a trovare luoghi e risorse. Un gesto politico e culturale insieme, che ribadisce l’importanza della collaborazione e dell’apertura in un panorama spesso frammentato. I Deep Valley Blues non inseguono scorciatoie né mode passeggere. Procedono lentamente, come chi sa che la profondità richiede tempo. Il loro suono si deposita come polvere, resta addosso, risuona a distanza. Trasforma il peso in visione, la musica in un viaggio che non chiede spiegazioni ma disponibilità all’ascolto.
Carmela Commodaro
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