Sharada, l’impatto prima di tutto: la 35ª puntata di “Interviste SottoTraccia”

Nella 35ª puntata della rubrica Interviste SottoTraccia, curata da Davide Mercurio, del Collettivo OndaRocK di Squillace, i riflettori si accendono su una band che, dal vivo, non lascia scampo: gli Sharada. Una realtà che non passa inosservata, anzi, che sembra fatta apposta per scuotere, travolgere, mettere in moto qualcosa. Chi li ha visti sul palco, come nell’ultima occasione del 14 marzo scorso al Rock Helps Marina, conosce bene quella sensazione: energia pura, diretta, senza filtri. Gli Sharada non amano le definizioni rigide. Preferiscono lasciare che sia il suono a parlare o, meglio, come dicono loro stessi, l’impatto. Il progetto nasce con un obiettivo preciso, cioè arrivare dritto allo stomaco di chi ascolta. Nessuna sovrastruttura, nessun orpello. Solo l’essenziale: basso, voce e batteria. «Saliamo sul palco, diciamo le nostre cose e ce ne andiamo», raccontano a Davide, sintetizzando una filosofia musicale fatta di immediatezza e autenticità. Le influenze ci sono e non vengono nascoste: gli anni ’90, l’alternative che oscillava tra alt-rock e alt-metal, quella terra di mezzo dove convivevano Soundgarden, Korn, Deftones. Un’eredità importante, certo, ma non un recinto. Gli Sharada non vogliono replicare un genere già scritto, perché partono da quelle radici per cercare una propria evoluzione, un linguaggio che appartenga solo a loro. Questa identità di confine ha spesso reso difficile incasellarli. Troppo pesanti per il rock più classico, non abbastanza metal per chi cerca sonorità estreme. Eppure, proprio questa ambiguità è diventata un punto di forza, in quanto li rende riconoscibili, soprattutto nei contesti live. Per gli Sharada il live non è un momento, “è” il momento. Club, festival, palchi ampi o stretti: l’importante è il contatto, il volume, il sudore. In Calabria, spiegano nell’intervista con Davide, gli spazi non mancano, ma le occasioni per suonare si sono ridotte negli ultimi anni, complice un cambiamento nell’approccio agli eventi musicali. Una tendenza che non li scoraggia, ma che li spinge a difendere ancora di più l’importanza del concerto come esperienza reale, fisica, condivisa. Oggi, dicono, generi come alt-rock e alt-metal hanno quasi un sapore vintage. Un po’ come quando qualcuno parlava con nostalgia dei Creedence Clearwater Revival, perché ogni epoca ha la sua rivoluzione sonora e quella degli anni ’90 è ormai parte della memoria collettiva. Ma questo non significa che l’alternative sia morto. Si è trasformato, ha cambiato pelle, continua a vibrare in forme nuove. Sul futuro gli Sharada mantengono un velo di mistero. Esiste già un brano che rappresenta perfettamente il loro momento attuale, ma non è ancora stato pubblicato. Nessuna fretta, nessuna corsa al contenuto, preferiscono aspettare il momento giusto, quello in cui la musica potrà fare ciò che deve fare. Per gli Sharada, restare “SottoTraccia” non è un atto di invisibilità. È una scelta. Significa seguire un percorso autentico, fatto di vibrazioni che oscillano tra fragilità e impatto. Una musica che non chiede etichette, che non cerca scorciatoie, che continua a risuonare anche quando l’ultima nota si spegne.
Una presenza che, proprio perché non urla, finisce per farsi sentire ancora di più.
Carmela Commodaro
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