MILANO (ITALPRESS) – “Manomissione audio Inter-Roma? Lo escludo al 100%”. Lo ha dichiarato Andrea Gervasoni, ex arbitro e supervisore Var, indagato per chiarire i fatti di Salernitana-Modena, al termine dell’interrogatorio nella Caserma della Guardia di Finanza, a Milano, durato quattro ore. “Faida tra arbitri? Non rispondo a queste cose”. Sui fatti relativi alla partita incriminata Gervasoni è stato netto: “Ho spiegato tutto quello che riguarda la mia posizione. C’è un’indagine in corso, rispetto il lavoro dei magistrati”.
MILANO (ITALPRESS) – “Abbiamo risposto dell’episodio di Salernitana-Modena, in cui l’arbitro Gervasoni ha spiegato come lui non abbia interferito in alcun modo, lui era a fare il Var in Serie A, dunque in una palazzina, il Var in Serie B era in un’altra, dunque è difficile aver insistito, non lo ha fatto. Era presente, ma non in quella sala”. Lo ha dichiarato Michele Ducci, legale dell’ex arbitro Andrea Gervasoni, sentito oggi nella Caserma della Guardia di Finanza di Milano, in merito ai fatti relativi alla partita Salernitana-Modena. “Era supervisore Var quel giorno, è supervisore sia della serie A che della B, ma quando in contemporanea c’è la serie A il supervisore è nella palazzina in cui c’è la serie A. E comunque il processo decisionale che ha portato al cambio della decisione dell’arbitro di campo avviene in dieci secondi e viene fatto dal Var e dall’Avar”.
MILANO (ITALPRESS) – “Su Inter-Roma abbiamo chiarito come non sia stato fatto un intervento anche in quella occasione e le immagini lo chiariscono in maniera anche abbastanza efficace. Una decisione che anche in questo caso viene presa in 10-15 secondi, dunque non c’è tempo materiale perché qualcuno insista per far prendere una decisione diversa piuttosto che un’altra”. Lo ha dichiarato Michele Ducci, legale dell’ex arbitro Andrea Gervasoni, sentito oggi nella Caserma della Guardia di Finanza di Milano, in merito ai fatti relativi alla partita Salernitana-Modena e alla partita tra Inter e Roma.
“Con la morte di Teobaldo Guzzo scompare il corrispondente storico da Tiriolo della “Gazzetta del Sud”, una figura nobile che ha messo sempre la cultura al centro delle sue molteplici attività”, lo ha dichiarato il giornalista professionista e fondatore-presidente del Premio Mar Jonio Luigi Stanizzi. “Insostituibile – precisa Stanizzi – il suo generoso contributo d’amore nel mondo della scuola, del cattolicesimo e della pubblicistica. Lascia tanti preziosi eredi culturali, primo fra tutti l’adorato figlio Luigi Mariano Guzzo, professore associato di Diritto e religione presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.” Funerali giovedì 30 Aprile, alle ore 16, nella Chiesa Maria SS. delle Grazie di Tiriolo.
ROMA (ITALPRESS) – “Due giorni fa, la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi. Un richiamo che, in verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno. Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante le celebrazioni per la Festa del Lavoro a Pontedera.
NAPOLI (ITALPRESS) – “Intanto ribadisco la totale contrarietà. Perché i Cpr non sono mai stati utili, di fatto, in nessuna Regione e, addirittura, potrebbero essere oggi sovradimensionati i posti in altre regioni. Quindi non capisco perché bisogna costruire un nuovo Cpr”. Lo ha dichiarato il presidente della Regione Campania Roberto Fico, a margine della conferenza stampa per la presentazione del nuovo portale istituzionale della Regione. “E soprattutto, – ha proseguito Fico – probabilmente, non si conosce la situazione di Castelvolturno, che di tutto ha bisogno tranne che di un Cpr. Quello che invece dobbiamo fare è costruire una grande alternativa a Castelvolturno che parla di innovazione, di sviluppo, di recupero del territorio, di integrazione. Noi a breve riprenderemo anche il master plan del litorale flegreo-domitio dov’è inserito anche Castelvolturno. Abbiamo mille proposte su Castelvolturno e su quell’area del casertano perché ci teniamo molto. E sappiamo, ma lo diciamo anche in modo molto costruttivo, e senza nessuna ideologia su questo. Che su Castel Volturno va costruito un altro processo e un altro percorso. E non certo un Cpr”. xm9/vbo/mca1
Incontro promosso dal progetto culturale Naturium e dedicato a Cascine Orsine. Al centro della serata il ricordo della fondatrice del Fai, gli interventi di esperti, il confronto con il pubblico e le degustazioni curate dallo chef Gianpiero Menniti
Una serata partecipata, intensa, capace di trasformare il racconto di un’azienda agricola in una riflessione più ampia sul rapporto tra cibo, salute, ambiente e territorio. Si è svolto nella sede Naturium di Montepaone l’incontro dedicato alla fattoria Cascine Orsine, esempio storico di agricoltura biodinamica legato alla figura di Giulia Maria Crespi, fondatrice del Fai e protagonista di una visione pionieristica della tutela ambientale in Italia.
L’iniziativa, promossa da Naturium e condotta da Roberta Ussia e Giovanni Sgrò, ha messo al centro non solo i prodotti dell’azienda, ma soprattutto il valore culturale di un’esperienza agricola nata da una scelta radicale: coltivare rispettando la terra, la fertilità del suolo, la qualità degli alimenti e l’equilibrio tra uomo e natura.
A portare i saluti istituzionali è stato il sindaco di Montepaone, Mario Migliarese, che ha sottolineato con orgoglio il valore della presenza di Naturium sul territorio. Il primo cittadino ha richiamato anche un’esperienza vissuta in ambito turistico, ricordando come, in contesti fieristici internazionali, realtà come Naturium siano percepite come un vero valore aggiunto. Un elemento che, secondo Migliarese, andrebbe valorizzato anche nella comunicazione turistica: la possibilità di trovare prodotti biologici, biodinamici, vegani o adatti a persone con intolleranze può incidere concretamente sulla scelta di una destinazione.
Il tema, in Calabria, assume un significato particolare. Troppo spesso la regione viene percepita come carente sul piano dei servizi specializzati o dell’offerta alimentare di qualità legata al biologico. L’esperienza di Montepaone dimostra invece che anche in Calabria esistono presìdi culturali e commerciali capaci di intercettare una domanda sempre più consapevole, fatta di attenzione alla salute, all’origine dei prodotti e alla sostenibilità.
Particolarmente apprezzato l’intervento di Carmine Lupia, etnobotanico, che ha offerto una testimonianza diretta e ricca di riferimenti personali. Lupia ha raccontato di aver conosciuto il modello di Cascine Orsine già negli anni della sua formazione agraria, quando l’azienda veniva indicata come esempio virtuoso anche in ambito universitario. Il suo intervento ha restituito al pubblico il profilo umano e culturale di Giulia Maria Crespi: una donna determinata, generosa, animata dal desiderio di indicare una strada diversa rispetto all’agricoltura convenzionale.
Lupia ha ricordato la forza del pensiero di Crespi, capace di unire la tutela del patrimonio storico e paesaggistico con una visione agricola fondata sulla biodinamica. Non solo conservare dimore, luoghi e paesaggi, dunque, ma restituire loro una funzione viva, produttiva, sostenibile. In questo senso, la biodinamica è stata presentata non come una semplice tecnica agricola, ma come una visione complessiva dell’azienda agricola: un organismo in cui suolo, piante, animali, stagioni e lavoro umano sono parti di un unico equilibrio.
Nel corso dell’incontro si è parlato anche delle certificazioni Demeter, marchio internazionale che identifica le produzioni biodinamiche. Un tema centrale, perché consente di distinguere un prodotto non solo per la sua provenienza, ma per il metodo con cui viene ottenuto. La certificazione Demeter, infatti, richiama standard più specifici rispetto al biologico ordinario e rappresenta, per il consumatore, un segnale di tracciabilità, controllo e coerenza produttiva.
A seguire, Marisa Gigliotti, referente delle Comunità Slow Food in Calabria, ha inserito il tema della biodinamica in una cornice più ampia: quella del cibo buono, pulito e giusto, del recupero dei semi antichi, della valorizzazione delle comunità locali e di uno stile alimentare “lento”, nato anche come risposta culturale alla diffusione del fast food. Il suo intervento ha richiamato la necessità di recuperare tempi, sapori e saperi che la produzione standardizzata rischia di cancellare.
Sul piano nutrizionale è intervenuto Francesco Lembo, che ha posto l’attenzione sul rapporto tra alimentazione biologica, microbiota e benessere dell’organismo. Lembo ha spiegato come un cibo più integro, meno trasformato e più vicino alla sua natura originaria possa essere riconosciuto e assimilato meglio dal corpo. Ampio spazio è stato dedicato anche alle domande del pubblico, in particolare di alcune mamme interessate a comprendere come impostare un’alimentazione più corretta per i figli. Tra i temi affrontati, anche quello della prima colazione: non un gesto frettoloso o ridotto a semplici abitudini, ma un momento nutrizionale importante per evitare squilibri e picchi glicemici durante la giornata.
Alla serata ha partecipato anche Gloria Samà, capo delegazione Fai Catanzaro, che ha accolto con entusiasmo la scelta di dedicare l’iniziativa alla memoria di Giulia Maria Crespi. Per il mondo Fai, Crespi resta una figura fondativa e un riferimento culturale imprescindibile. L’incontro di Montepaone ha avuto così anche il merito di riportare alla luce un aspetto forse meno conosciuto della sua biografia: non soltanto la difesa del patrimonio artistico e paesaggistico, ma anche l’impegno concreto per una nuova cultura agricola.
La partecipazione del pubblico è stata attenta e vivace. Tra i presenti anche operatori agricoli interessati al metodo biodinamico, a conferma di una curiosità crescente verso modelli produttivi alternativi. Il confronto ha toccato pure il tema della redditività: il biologico e il biodinamico richiedono mercati capaci di riconoscerne il valore aggiunto, spesso più facilmente intercettabili in circuiti specializzati o internazionali. È stato richiamato, in questo senso, anche l’esempio dell’olio Demeter prodotto dall’azienda agricola San Francesco di Rizziconi, apprezzato in contesti esteri dove la qualità certificata viene maggiormente valorizzata.
La serata ha generato anche nuove occasioni di incontro. La presenza della professoressa Rizzuto dell’Università Magna Graecia di Catanzaro e il dialogo con Carmine Lupia hanno aperto spunti di collaborazione in ambito universitario e formativo, confermando la vocazione di Naturium non solo come luogo commerciale, ma come spazio educativo, culturale e relazionale.
A chiudere l’iniziativa sono state le degustazioni curate dallo chef Gianpiero Menniti, che ha accompagnato il pubblico in un percorso di assaggi con prodotti legati a Cascine Orsine. Ricotta, primo sale, crescenza e altri formaggi hanno introdotto il momento conviviale conclusivo, culminato in un risotto preparato dal vivo e arricchito con formaggi biodinamici e olio Demeter. Un finale molto apprezzato, che ha dato concretezza al messaggio della serata: la qualità non si racconta soltanto, si riconosce nel gusto, nella materia prima e nella cura con cui arriva a tavola.
Al Teatro Comunale il convegno “Liberi dal gioco d’azzardo”, promosso dall’Associazione Il Mantello. I dati illustrati dall’avvocato Roberta Ussia: spesa record, tassazione più bassa rispetto ad altri settori e ricadute sociali sempre più gravi
Una cifra più di ogni altra ha attraversato il convegno di Soverato come un pugno nello stomaco: 165 miliardi di euro. È il volume del gioco d’azzardo in Italia richiamato nel corso dell’incontro “Liberi dal gioco d’azzardo”, ospitato presso il Teatro Comunale e organizzato da Alfredo Costo dell’Associazione Il Mantello, con la partecipazione degli studenti dell’ITT Malafarina e del Liceo linguistico dell’Istituto Maria Ausiliatrice.
Un appuntamento già svolto, ma destinato a lasciare una traccia nel dibattito pubblico locale e regionale. Non solo per la presenza di numerose autorità — tra cui S.E. il Prefetto di Catanzaro Castrese De Rosa, il consigliere regionale Ernesto Alecci, il comandante della Compagnia dei Carabinieri di Soverato, capitano Gianluca Girardo, e il comandante della Guardia di Finanza di Soverato, Pierpaolo Friolo — ma soprattutto per la forza dei numeri portati all’attenzione della platea.
Il quadro nazionale, del resto, conferma la gravità del fenomeno: secondo i dati diffusi da Libera e rilanciati dall’ANSA, nel 2025 il gioco d’azzardo in Italia ha superato i 165 miliardi di euro, con una crescita di circa il 5% rispetto all’anno precedente.
A mettere in fila le cifre, durante il convegno, è stata l’avvocato Roberta Ussia, che ha proposto un confronto con altri Paesi europei. In Italia, ha ricordato, si arriverebbe a una spesa media di circa 2.800 euro per abitante, neonati compresi. In Germania, secondo i dati richiamati nel corso dei lavori, il volume sarebbe intorno ai 15 miliardi, con una spesa media di circa 200 euro per abitante; in Francia circa 15 miliardi, con una spesa media intorno ai 220 euro; in Spagna circa 11 miliardi, sempre con una media di circa 220 euro.
Il nodo, secondo Ussia, non è soltanto sociale, ma anche economico e fiscale. «Mentre la tassazione sui lavoratori parte da percentuali ben più alte e può arrivare a livelli molto pesanti sui redditi maggiori, nell’azzardo siamo intorno all’8,5%», ha affermato l’avvocato, denunciando quella che ha definito una evidente sproporzione. «Perché lasciare gli italiani a disperdere stipendi e patrimoni fino a farli arrivare a 165 miliardi, mentre in altri Paesi europei si gioca ma con cifre enormemente inferiori? Non possiamo più stare fermi davanti a questa evidenza: la politica deve fare assolutamente un cambio di passo».
Il ragionamento posto da Ussia è stato netto: quei 165 miliardi, se indirizzati verso l’economia reale, potrebbero sostenere consumi, imprese, lavoro, stabilità familiare e coesione sociale. «Mentre molte attività commerciali chiudono e il Paese mostra segnali di declino economico, assistiamo a una dispersione di denaro che impoverisce famiglie e territori», ha osservato. Da qui l’interrogativo rivolto anche al mondo produttivo: «Perché Confindustria, Confcommercio e le associazioni di categoria non sollevano con forza questo problema? Quanti benefici potrebbe generare nell’economia reale una spesa di 165 miliardi? Quanti posti di lavoro potrebbero nascere?».
«La Calabria non può restare spettatrice di fronte a questi numeri – ha affermato Ussia. – Il punto è politico, economico e morale: possiamo continuare ad accettare che una quantità così impressionante di denaro finisca nel circuito dell’azzardo, mentre territori come la Calabria chiedono lavoro, infrastrutture e dignità? Non si tratta di proibire in modo cieco, ma di ristabilire una gerarchia di valori. Prima vengono le persone, le famiglie, i territori, l’economia reale. Poi tutto il resto. Per questo serve un cambio di passo immediato: nella tassazione, nei controlli, nella prevenzione e nella responsabilità della politica».
Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche un altro dato allarmante: sarebbero circa 20 milioni gli italiani coinvolti direttamente o indirettamente nel fenomeno, con circa 2 milioni di giocatori compulsivi. Numeri che trasformano l’azzardo da questione individuale a emergenza collettiva, familiare, sanitaria ed economica.
Sul versante normativo è intervenuto l’avvocato Arturo Bova, che ha richiamato la necessità di riportare al centro del dibattito politico calabrese la legge regionale n. 9 del 2018, dedicata alla prevenzione e al contrasto della ’ndrangheta e alla promozione della legalità. All’interno di quella cornice, il tema del gioco d’azzardo patologico assume un rilievo specifico, anche attraverso strumenti come il distanziometro e la regolamentazione degli orari di apertura delle sale gioco e dei centri scommesse. La stessa normativa regionale è stata poi modificata dalla legge regionale n. 53 del 2022, intervenuta sull’articolo 16 relativo alle limitazioni orarie.
Bova ha sottolineato la necessità di rendere realmente operative misure pensate per tutelare soprattutto le fasce più vulnerabili: minori, anziani, persone fragili, famiglie già esposte a difficoltà economiche. In questi giorni, è stato ricordato, anche il consigliere regionale Enzo Bruno ha parlato di una legge progressivamente “svuotata”, chiedendo interventi rapidi davanti a un fenomeno sempre più allarmante. Secondo quanto riportato dal Corriere della Calabria, Bruno ha richiamato proprio le criticità applicative legate a strumenti come distanziometro, orari di apertura e logo “No Slot”.
La psicologa Maria Rita Notaro, in servizio presso il SerD di Soverato, ha invece portato l’attenzione sul percorso di cura del giocatore patologico. Un percorso complesso, spesso segnato da ricadute, fragilità relazionali, senso di vergogna e difficoltà nel riconoscere la dipendenza. Il gioco, è emerso, non colpisce solo chi scommette: travolge famiglie, rapporti affettivi, lavoro, fiducia, patrimonio personale e dignità.
Particolarmente toccante l’intervento di padre Piero Puglisi, che ha raccontato testimonianze drammatiche raccolte nel tempo, tra cui quella di genitori maltrattati da un figlio dipendente dall’azzardo, poi purtroppo scomparso. Il sacerdote ha invitato i ragazzi a non voltarsi dall’altra parte e a segnalare situazioni a rischio alle persone competenti e alle forze dell’ordine. Il punto, ha lasciato intendere, non è giudicare, ma salvare vite e riportare al centro l’umanità delle persone.
Il consigliere regionale Ernesto Alecci ha richiamato anche la propria esperienza da sindaco di Soverato e ha raccolto l’appello arrivato dai presenti affinché la Regione Calabria torni a intervenire con decisione sulla materia. Il Prefetto Castrese De Rosa, rivolgendosi in particolare ai giovani, ha insistito sulla necessità di fare rete e sul valore del rispetto delle regole. Nelle ultime settimane, è stato ricordato, si sono intensificati i controlli su diversi fronti legati alle devianze, dall’alcol alla droga; ma dal convegno è emersa con chiarezza anche l’esigenza di un maggiore controllo sul rapporto tra minori e gioco d’azzardo.
A rendere ancora più concreta la discussione è stata la testimonianza di un giocatore in trattamento presso il SerD di Soverato. Il suo racconto ha mostrato agli studenti la spirale della dipendenza: bugie, inganni, ricerca continua di denaro, isolamento, perdita progressiva del controllo. Una testimonianza emotiva e commovente, utile proprio perché capace di trasformare i numeri in una storia, e la statistica in volto umano.
Il messaggio finale del convegno è stato condiviso: famiglie, scuola, istituzioni, forze dell’ordine, servizi sanitari e classe dirigente devono fare un passo in più. Non basta parlare di divieti. Occorre prevenire, intercettare i segnali, riconoscere le anomalie nella gestione del denaro familiare, intervenire prima che la dipendenza distrugga persone e relazioni. Perché dietro i 165 miliardi giocati non ci sono soltanto entrate fiscali o statistiche nazionali: ci sono stipendi dispersi, patrimoni consumati, attività economiche impoverite, famiglie spezzate.
Ed è proprio da Soverato che arriva una domanda destinata a pesare nel dibattito pubblico: può un Paese permettersi di considerare normale un sistema in cui una quota così enorme di ricchezza privata viene assorbita dall’azzardo, mentre l’economia reale arretra e intere comunità faticano a reggere il peso della crisi?
Lunedì 18 maggio, nello stand della Regione Calabria, il romanzo breve dell’autore calabrese sarà al centro di un dialogo con Francesco Pungitore: una storia visionaria sul confine tra umano, tecnologia, identità digitale e intelligenza artificiale.
Soverato sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 anche con una riflessione letteraria di forte attualità: il rapporto tra identità umana, tecnologia e intelligenza artificiale. Lunedì 18 maggio, dalle 15 alle 15.40, nello stand della Regione Calabria, Padiglione Oval, coordinate U138–V137, sarà presentato “L’identità dell’anima” di Gabriele Ruggiu. A discuterne con l’autore sarà il prof. Francesco Pungitore. Il libro, pubblicato l’11 maggio 2025 su Amazon come romanzo breve, mette al centro una figura fragile e potentemente contemporanea: Fixer, un uomo solo, separato, emotivamente spezzato, che vive chiuso nel proprio garage. In quello spazio ristretto, insieme officina, rifugio e prigione, trasmette dirette online mentre tenta di ridare vita a oggetti abbandonati: schede madri, hard disk, circuiti, componenti elettronici ormai scartati. Ma la riparazione, nel romanzo di Ruggiu, non è mai soltanto tecnica. Ogni gesto compiuto da Fixer davanti alla telecamera diventa il riflesso di una ferita più profonda. L’uomo non sta provando soltanto ad aggiustare macchine rotte: sta tentando, senza riuscirci davvero, di aggiustare se stesso. È qui che il libro intercetta uno dei grandi temi del nostro tempo: la promessa della tecnologia come compensazione della solitudine. Fixer cerca pubblico, notifiche, like, attenzione. Vuole essere visto e ascoltato, ma la connessione digitale si rivela progressivamente un palliativo insufficiente, incapace di colmare il vuoto della relazione umana. La rete gli restituisce presenze intermittenti, non legami autentici. La svolta narrativa arriva durante una riparazione in diretta, quando Fixer si ferisce alla mano. Da quel momento il confine tra realtà, memoria, allucinazione e trasformazione interiore comincia a cedere. Il dolore fisico si mescola a scariche, automatismi, compulsioni e perdita di controllo. Il garage diventa una scena mentale, quasi rituale. Le notifiche assumono un valore inquietante. La tecnologia, da strumento, sembra trasformarsi in forza estranea, meccanica, disumanizzante. In questa prospettiva, “L’identità dell’anima” può essere letto anche come un romanzo sull’epoca dell’intelligenza artificiale: non perché racconti semplicemente una macchina intelligente, ma perché interroga il punto decisivo della nostra contemporaneità. Che cosa resta dell’identità personale quando l’essere umano si specchia continuamente nei dispositivi, nei dati, negli schermi, negli algoritmi e nei propri doppi digitali? Il tema del “doppio” attraversa infatti il cuore del romanzo. Fixer si confronta con una versione altra di sé, proiettata nello spazio digitale e alimentata da memoria, colpa, desiderio di riconoscimento e bisogno di controllo. La tecnologia diventa una soglia: attraverso email, monitor, hard disk, password e dirette online affiorano le parti sommerse della sua coscienza. Il nucleo più drammatico riguarda il trauma familiare: il fallimento del matrimonio, la frattura con il figlio e il ricordo devastante di un gesto di rabbia che ha ferito proprio il bambino. Da quel punto, il romanzo si sposta sempre più dall’esterno all’interno. La vicenda non è più soltanto quella di un uomo che ripara oggetti, ma di una coscienza costretta a guardare la propria parte più oscura. La falena che sbatte contro il neon diventa il simbolo più efficace di questa condizione: una creatura attratta dalla luce fino a consumarsi in essa. Come Fixer, attratto dalla visibilità digitale, dalla promessa di un pubblico, dalla possibilità di essere riconosciuto, ma incapace di distinguere la luce che salva da quella che brucia. Il valore del romanzo di Ruggiu sta proprio in questa tensione: raccontare la tecnologia non come semplice scenario, ma come specchio deformante dell’anima. L’intelligenza artificiale, il digitale, la riproduzione tecnica dell’identità non cancellano le domande fondamentali dell’uomo. Le rendono, semmai, più urgenti: chi siamo quando nessuno ci guarda davvero? Che cosa significa essere riconosciuti? Una macchina può restituirci un’immagine, ma può restituirci anche una verità? Il finale rimane aperto e inquieto. Fixer comprende che ciò che inseguiva non era il successo, né il pubblico, né la perfezione tecnica. La vera riparazione riguarda il legame umano tradito, soprattutto quello con il figlio. È lì che il romanzo colloca la sua domanda più profonda: nessuna tecnologia, nessun algoritmo, nessun doppio digitale può sostituire il confronto con la parte ferita di sé. “Il romanzo di Gabriele Ruggiu – commenta Francesco Pungitore – ha il merito di usare la tecnologia non come semplice sfondo narrativo, ma come luogo simbolico in cui l’uomo contemporaneo si misura con la propria solitudine, con il bisogno di riconoscimento e con le fratture della propria identità. Ne L’identità dell’anima il digitale, le dirette online, gli schermi e il possibile doppio artificiale non sostituiscono l’umano: lo interrogano. Ed è proprio qui che il libro diventa attuale, perché nell’epoca dell’intelligenza artificiale la domanda decisiva non è soltanto che cosa possano fare le macchine, ma che cosa resta dell’uomo quando cerca negli algoritmi una risposta alla propria ferita interiore”.
ROMA (ITALPRESS) – In questa edizione:
– Sicurezza e salute dei lavoratori, i rischi psico-sociali da non sottovalutare
– Il Governo vara il decreto Primo Maggio da 934 milioni
– Inps, nel 2025 rilasciate 11 milioni di attestazioni ISEE
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