Squillace, Cassiodoro e la cultura della restanza: un convegno che parla al presente

Nel solco del progetto Cassiodoro e la cultura della restanza, promosso dal Comune di Squillace nell’ambito dell’avviso pubblico “Sostegno e promozione turistica e culturale – Linea 2 Progetti culturali” finanziato dalla Regione Calabria attraverso il Programma Operativo Complementare, si è svolto un convegno di alto profilo scientifico organizzato dall’Istituto di Studi su Cassiodoro e sul Medioevo in Calabria. Dopo i saluti istituzionali dell’assessora comunale al Turismo Natascia Mellace, il presidente dell’Istituto, Domenico Benoci, docente di Archeologia Cristiana al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, ha introdotto i lavori chiarendo la cornice concettuale: la restanza non è inerzia, né ripiegamento nostalgico, ma una scelta generativa, capace di produrre senso, cura e futuro. In questo orizzonte, la figura di Cassiodoro e l’esperienza del Vivarium diventano un modello di infrastruttura culturale: un dispositivo che custodisce, trasmette e rende durevole ciò che vale: testi, competenze, pratiche, comunità. Lo stesso prof. Benoci ha relazionato su Pratiche, economie, materialità della restanza monastica, mostrando come la scelta cassiodorea possa essere letta come un modello di Restanza ante litteram. Tre i livelli analizzati: la scelta biografica, come radicamento attivo; le economie materiali che sostenevano il Vivarium; le infrastrutture della conoscenza, esito più duraturo dell’opera cassiodorea. La dimensione monastica emerge così come spazio produttivo, educativo e di cura: un laboratorio di futuro. Ilaria Pagani, che ha parlato del conservatorismo delle forme artistiche bizantine come Restanza culturale, ha evidenziato come l’arte bizantina dell’Italia meridionale non sia un corpo estraneo importato, ma una forma radicata e dinamica. Attraverso codici iconografici e teologici, essa esprime un’epifania dell’intellegibile che innova nella continuità, mostrando come la Restanza possa essere un motore creativo. Lorenzo Simeoni (La Restanza nelle pratiche produttive: il caso del Recioto), partendo da una lettera delle Variae, ha ricostruito il rito di messa a riposo delle uve per il vino Acinaticium, tecnica che sopravvive oggi nel Recioto della Valpolicella. Una Restanza delle tecniche produttive che, basata su tempi lenti e cura delle materie prime, genera eccellenza ieri come oggi. Carmelo Pandolfi, trattando la stabilitas come categoria filosofica, ha approfondito la triade disciplina-libertà-durata, mostrando come non siano in conflitto ma complementari nella ricerca del bene. La Restanza autentica nasce da un equilibrio etico che permette di essere, sapere e amare, generando progettualità stabile per i territori. Stefano Monti (Il paradosso produttivo dei centri locali) ha analizzato il ruolo dei piccoli centri in un mondo polarizzato sulle grandi città. Valore culturale, qualità della vita, relazioni, artigianato d’eccellenza diventano strutture immateriali forti, capaci di rendere la Restanza un processo attrattivo anche per orizzonti sovralocali. Paolo Mighetto (Riabitare, restare, ritornare), attraverso il caso di Mileto e del suo parco archeologico, ha mostrato come la Restanza possa diventare un laboratorio di continuità abitativa e di memoria operativa, generando circolazione del sapere e ricadute educative ed economiche. Giuseppe Pace (Oltre il deficit infrastrutturale) ha invitato a superare la lettura della Restanza come mancanza. Le piccole comunità possono attivare processi partecipativi per individuare bisogni reali ed evitare modelli calati dall’alto, costruendo soluzioni su misura. Infine, don Domenico Concolino (Memoria ecclesiale e futuro dei territori) ha proposto una teologia della Restanza fondata su cura e parola, capaci di generare speranza nei territori fragili. Il futuro non si programma soltanto, ma si profetizza, accogliendo l’imprevedibilità come spazio di possibilità. Il convegno ha mostrato come la Restanza non sia un concetto astratto, ma una pratica culturale, economica, educativa e spirituale. Cassiodoro, con il suo Vivarium, continua a parlare al presente e invita a custodire ciò che vale, a generare comunità, a trasformare i territori non fuggendo dalle fratture, ma abitandole con intelligenza e cura.
Carmela Commodaro

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