A Borgia il confronto tra arte, tecnica e creatività: “L’intelligenza artificiale non sostituisce l’umano”

A Palazzo Mazza un talk denso di prospettive, moderato da Andrea Perrotta. Dal valore delle competenze umane alla necessità di una “via europea” all’IA: al centro del dibattito l’idea della tecnologia come strumento potente, ma da governare con cultura, intenzionalità e consapevolezza

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinariamente utile, capace di accelerare processi, ampliare possibilità creative e modificare profondamente il rapporto tra persone, professioni e tecnologia. Ma resta uno strumento della tecnica: non un sostituto dell’esperienza umana, delle competenze, dell’intenzione e della responsabilità di chi la utilizza. È stata questa, nelle sue diverse declinazioni, una delle idee più nette emerse dal talk “Arte contemporanea, mestieri e intelligenza artificiale”, ospitato nella suggestiva cornice di Palazzo Mazza, a Borgia, e moderato da Andrea Perrotta, esperto di Cultura e Innovazione. Un confronto tutt’altro che celebrativo nei confronti dell’IA e, allo stesso tempo, distante dalle letture apocalittiche che spesso accompagnano il dibattito pubblico. A dialogare sono stati Massimo Sirelli, artista, Francesco Pungitore, giornalista ed esperto di intelligenza artificiale, Gilda Rita Lifrieri, presidente Aidia Catanzaro e ingegnere civile e ambientale, e Salvatore Venuto, attore, direttore artistico e regista di Graecalis. Prospettive differenti, dunque, ma accomunate da un punto essenziale: prima di stabilire cosa la macchina possa fare “al posto” dell’uomo, occorre capire come l’uomo sceglie di utilizzarla.

Lifrieri: «Giudicare l’IA a partire dall’esperienza concreta»

Gilda Rita Lifrieri ha portato nel confronto il punto di vista di chi incontra l’intelligenza artificiale anche all’interno dei processi professionali. Il suo intervento ha evidenziato soprattutto la capacità di questi strumenti di velocizzare attività, supportare il lavoro e alleggerire alcuni passaggi operativi, restituendo tempo a funzioni a maggiore valore aggiunto.

Da qui anche l’invito a evitare una rappresentazione dell’IA costruita esclusivamente attraverso racconti, timori o entusiasmi provenienti dall’esterno. La comprensione più utile, secondo Lifrieri, nasce dall’utilizzo concreto, dalla sperimentazione e dalla capacità di misurare sul campo opportunità e limiti della tecnologia.

Un approccio pragmatico che riporta il dibattito dal terreno delle suggestioni a quello delle pratiche reali.

Venuto: la differenza continueranno a farla le competenze umane

Sul valore irriducibile delle capacità personali si è concentrato invece Salvatore Venuto. L’IA può entrare nei processi creativi, organizzativi e produttivi, ma non elimina ciò che distingue una competenza maturata nel tempo: esperienza, sensibilità, capacità interpretativa, conoscenza del contesto.

È proprio questo patrimonio umano, secondo Venuto, a continuare a fare la differenza anche in un ambiente tecnologicamente avanzato.

Una considerazione particolarmente significativa nel campo artistico, dove l’esecuzione di un compito non coincide necessariamente con la costruzione di senso. Una macchina può contribuire alla produzione di un contenuto; altra cosa è l’esperienza culturale e personale dalla quale quel contenuto prende forma.

Sirelli: senza una guida umana il rischio è l’appiattimento

Un passaggio centrale del confronto è arrivato da Massimo Sirelli, che ha affrontato la questione dal punto di vista della produzione artistica e dei linguaggi contemporanei.

Il rischio individuato dall’artista è quello di un progressivo appiattimento dei contenuti generati artificialmente quando l’interazione con la macchina viene ridotta a una richiesta generica, priva di ricerca, contaminazione e intenzionalità.

Anche nell’uso dell’IA generativa, dunque, il risultato dipende dalla qualità della guida umana. Il prompt non è semplicemente un comando tecnico: può diventare il luogo nel quale entrano conoscenza, riferimenti culturali, immaginazione e capacità di costruire relazioni tra elementi apparentemente distanti.

Quando questa mediazione manca, la potenza generativa rischia di produrre quantità senza vera differenza, variazioni formalmente efficaci ma culturalmente omogenee.

Pungitore: dalla téchne alla necessità di una via europea all’IA

Francesco Pungitore ha allargato la riflessione riportandola innanzitutto a una parola antica: téchne.

Nel mondo greco arte, mestiere, capacità produttiva e sapere tecnico non erano ancora dimensioni separate secondo le categorie moderne. Tornare a quella radice consente oggi di guardare all’intelligenza artificiale evitando una contrapposizione troppo semplice tra uomo e macchina.

Il problema, in questa prospettiva, non è stabilire se la tecnica debba entrare nella produzione culturale e creativa: la storia dell’uomo è già una storia di tecniche. La questione decisiva riguarda piuttosto il modo in cui esse vengono comprese, governate e inserite nell’esperienza umana.

Pungitore ha quindi spostato il confronto sul terreno delle visioni del futuro, sottolineando la necessità di costruire una vera via europea ai modelli di intelligenza artificiale. Una prospettiva nella quale l’Europa non si limiti a regolamentare tecnologie sviluppate altrove, ma sappia investire in ricerca, infrastrutture, modelli, competenze e capacità industriale, portando nello sviluppo tecnologico anche la propria tradizione culturale e giuridica.

Infine, il rapporto tra IA e creatività: l’intelligenza artificiale può essere contemporaneamente strumento e nuovo spazio creativo, un ambiente nel quale sperimentare linguaggi e ampliare possibilità espressive. Ma la sua presenza non rende superfluo l’essere umano. Al contrario, rende ancora più importante la qualità della sua intenzione.

L’IA non possiede infatti, nello stesso senso dell’uomo, un’esperienza fisica e biografica del mondo: può elaborare rappresentazioni, correlazioni e forme, mentre significato, responsabilità e progetto continuano a dipendere dal soggetto che la utilizza.

Palazzo Mazza, quando anche il luogo diventa parte del discorso

A rendere particolarmente riuscita la serata è stata anche la cornice di Palazzo Mazza, spazio nel quale arte contemporanea, storia e progettazione culturale riescono a convivere senza trasformarsi in semplice scenografia.

La qualità dell’organizzazione e della moderazione di Andrea Perrotta ha dato al confronto ritmo e profondità, consentendo alle diverse competenze presenti di dialogare realmente, senza trasformare il talk in una sequenza di interventi separati.

A fare da ulteriore elemento di connessione con il tema è stata la mostra di Massimo Sirelli, capace di mettere in relazione materia, memoria, oggetti, trasformazione e linguaggi contemporanei.

Un risultato reso possibile anche dalla visione dell’Amministrazione comunale di Borgia, che con la valorizzazione di Palazzo Mazza mostra come un luogo culturale possa essere qualcosa di più di un contenitore per eventi: può diventare una piattaforma permanente di confronto tra discipline, generazioni e idee.

È forse proprio questo il messaggio più interessante lasciato dalla serata: di fronte all’intelligenza artificiale non serve scegliere tra entusiasmo e paura. Serve cultura della tecnica. Perché la domanda decisiva non è più se utilizzeremo l’IA. La stiamo già utilizzando. La domanda è quale umanità sapremo portare dentro il suo utilizzo.

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