Squillace, la storia di Carmine Somma e di un salvataggio accaduto 56 anni fa

Ha deciso solo ora di rivelare un episodio accaduto più di 50 anni fa. Un fatto che gli ha cambiato la vita. Carmine Somma, infermiere professionale in pensione, nel 1969 svolgeva il servizio militare nel 1° Reggimento Paracadutisti di Livorno. Nell’estate di quell’anno era giunto a Squillace in licenza, a casa, per stare qualche giorno con la sua famiglia (la sua mamma era squillacese). Nello stesso periodo era in atto sulla spiaggia di Squillace la cosiddetta “colonia”, che le parrocchie organizzavano per consentire ai ragazzi dell’epoca di poter trascorrere qualche giornata di divertimento al mare. Carmine era sceso al lido per qualche ora di relax e, durante una passeggiata sulla battigia, incontrò il gruppo di ragazzi della “colonia” che erano in compagnia del parroco. Uno di qui giovani era in acqua, ma si trovava in evidente difficoltà in quanto stava rischiando di annegare fra le onde marine. Carmine si accorse subito della situazione e si trovò a dover affrontare l’emergenza: non ci pensò un attimo e si gettò in mare per andare a recuperare il ragazzo ormai in preda al panico e sotto acqua. Un intervento che consentì di evitare il peggio. Tiratolo fuori dall’acqua, Carmine applicò immediatamente tutte le manovre salvavita che aveva appreso nel corso del suo servizio militare da paracadutista. In seguito, mentre il ragazzo era ancora a rischio, furono fatti intervenire i soccorsi ufficiali. Trasportato d’urgenza in ospedale a Catanzaro al malcapitato vennero prestate le cure del caso e dichiarato fuori pericolo, con buona pace anche del parroco che accompagnava il gruppo della “colonia” e che era andato anch’egli in panico per la grave situazione creatasi. Quel “suo” ragazzo aveva ingurgitato molta acqua di mare e anche i suoi polmoni non erano messi bene, oltre ad essere in preda all’agitazione: sarebbe andato incontro a morte sicura senza l’intervento tempestivo di Carmine. Un salvataggio eroico, si può dire, che fece subito il giro del territorio (e ancora non c’erano i social) e che giunse anche all’attenzione del comandante della stazione dei Carabinieri di Squillace. Il maresciallo contattò poi Carmine facendosi raccontare minuziosamente l’accaduto. Dopo qualche giorno Carmine Somma ricevette un grande tributo dal generale comandante del VI Corpo d’Armata, Amato Amati. Un encomio solenne al giovane paracadutista con la seguente motivazione: “Scorto in mare un giovane che, perduti i sensi, stava per annegare, senza esitazione si gettava in acqua e, trattolo a riva, gli praticava la respirazione artificiale e idonei massaggi al cuore, sottraendolo così da morte sicura. Esempio di coraggio ed altruismo. Mare di Squillace, 3 agosto 1969”. Ma la storia non è finita qui. Dopo il ricovero ospedaliero, quel ragazzo che rischiò di morire tornò a casa e Carmine andò a trovarlo. Non si sarebbe mai aspettato che sarebbe diventato suo cognato. In quell’occasione, infatti, tra il giovane paracadutista e la sorella del malcapitato, Carmela, nacque del tenero. I due di lì a breve si fidanzarono e qualche anno più tardi convolarono a nozze. Carmine e Carmela andarono a vivere a Napoli, dove tuttora risiedono, diventando genitori e poi nonni, rispettivamente di splendide figlie e nipoti. Ma ogni anno, specialmente in estate, tornano a Squillace, per passare qualche ora di spensieratezza con i parenti, tra cui Franco, il fratello di Carmela, colui che venne tratto in salvo, e per trascorre le vacanze al mare. Quel mare squillacese che fu “galeotto” nella loro vita. L’auspicio, seppure a distanza di così tanto tempo, sarebbe che l’amministrazione comunale squillacese decidesse di conferire la cittadinanza onoraria a Carmine Somma: un altro meritato tributo dopo quello ottenuto 56 anni fa dal Comando Militare.
Carmela Commodaro
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