ROMA (ITALPRESS) – L’inflazione torna a crescere in Europa. A settembre 2026, secondo i dati diffusi da Eurostat, il tasso annuo nell’area euro è salito al 3,8%, rispetto al 3,2% di agosto. Una crescita che interessa anche l’intera Unione europea, dove l’inflazione ha raggiunto lo stesso livello. Le differenze tra i Paesi restano significative. Gli aumenti più contenuti si registrano in Svezia, Ungheria e Danimarca, mentre le maggiori tensioni sui prezzi riguardano Romania, Lituania e Bulgaria. Il confronto con il mese precedente evidenzia una tendenza diffusa: l’inflazione è diminuita soltanto in uno Stato membro, è rimasta stabile in tre ed è aumentata in tutti gli altri. A incidere maggiormente sull’andamento dei prezzi nell’area euro è soprattutto l’energia, seguita dai servizi. Più contenuto il contributo dei beni industriali non energetici e dei prodotti alimentari, alcolici e tabacco. Il quadro che emerge dai dati di settembre conferma quindi nuove pressioni sul costo della vita, con rincari diffusi in gran parte dell’Unione europea. L’andamento dei prezzi resta un elemento centrale per le famiglie e per le prospettive economiche del continente.
abr/azn
ROMA (ITALPRESS) – A Tokyo si va in discoteca per leggere, in una scuola vicino Firenze gli assorbenti diventano gratis e sui social si parla sempre di più di “bed rotting”. Queste sono le tre notizie che Radioimmaginaria, la radio degli adolescenti dai 10 ai 17 anni, racconta questa settimana.
ROMA (ITALPRESS) – In questa edizione:
– Inflazione, a settembre sale al 3,8% nell’Eurozona
– Debito pubblico, lieve calo ad agosto
– Povertà stabile nel 2025 ma le disuguaglianze restano
– Più occupati in Italia ma resta il divario con il Sud
abr/azn
ROMA (ITALPRESS) – Trenta miliardi di euro in meno per clima e ambiente. È l’effetto che potrebbe avere la nuova proposta per il bilancio dell’Unione europea 2028-2034, che prevede una riduzione complessiva delle risorse comunitarie di 159 miliardi di euro.
A lanciare l’allarme sono Greenpeace, Legambiente, Lipu, WWF e altre organizzazioni ambientaliste, che chiedono di cambiare rotta e destinare almeno mille miliardi di euro alla tutela del clima e dell’ambiente, di cui 200 miliardi per la biodiversità.
Secondo un’analisi citata dalle associazioni, gli eventi meteorologici estremi dell’estate potrebbero costare all’economia europea circa 180 miliardi di euro nel 2026, con una riduzione del PIL dell’1%.
Nel mirino anche il sostegno all’agricoltura intensiva e il futuro del programma LIFE, lo strumento europeo dedicato alla tutela ambientale, per il quale la proposta non prevede fondi specificamente vincolati.
Le associazioni chiedono quindi risorse certe per la transizione ecologica, il ripristino degli ecosistemi e un’agricoltura più sostenibile. Perché, avvertono, tagliare oggi gli investimenti potrebbe significare pagare un conto ancora più salato domani.
mgg/gtr/col
ROMA (ITALPRESS) – Migliaia di chilometri attraversati ogni anno, ma sempre meno luoghi sicuri in cui fermarsi, nutrirsi e riprodursi. Gli uccelli migratori a lungo raggio sono in forte declino, minacciati dai cambiamenti climatici, dalla perdita di habitat e dall’agricoltura intensiva.
Di queste minacce si è discusso durante un congresso internazionale dedicato all’Atlante mondiale delle migrazioni animali, nell’ambito della Convenzione di Bonn, che ha riunito ricercatori, scienziati ed esperti per individuare le strategie di tutela. A incidere è anche la riduzione degli insetti, risorsa alimentare fondamentale per molte specie, legata all’uso di diserbanti e insetticidi e alla trasformazione di prati, boschi e zone umide. L’Atlante punta a collegare le rotte migratorie agli habitat attraversati e ai rischi incontrati lungo il percorso, comprese le infrastrutture energetiche e dei trasporti. L’obiettivo è individuare i corridoi ecologici e le aree più vulnerabili, fornendo strumenti utili per orientare le politiche di conservazione. Perché la sopravvivenza degli uccelli non dipende da un solo luogo, ma dalla disponibilità di ambienti connessi e risorse lungo tutto il viaggio.
mgg/gtr/col
ROMA (ITALPRESS) – In questa edizione:
– Confindustria alza le stime del Pil all’1% ma vede frenata nel 2027
– Metano, Ue propone rinvio di un anno per le norme sull’import
– Turismo, Italia e Oman rafforzano la cooperazione
– Lotta all’evasione, nel mirino gli affitti brevi
Fari puntati su Cuturella frazione di Cropani, antico villaggio a vocazione squisitamente agricola. Fortissimo il legame di affetto fra cropanesi e cuturellesi, che può definirsi storico, fin dai tempi in cui era isolato per l’assoluta mancanza di collegamenti stradali. Si poteva raggiungere infatti solo a piedi, da una mulattiera ormai abbandonata, che oggi varrebbe la pena di ripristinare per il suggestivo paesaggio che attraversa, ricco di biodiversità e di fauna. Con un mitico ponticello sul fiume Crocchio, una cona dedicata a San Michele Arcangelo, alberi secolari, radure dove ancora echeggiano antiche memorie, storie di briganti, sortilegi, leggende tramandate nei secoli. Un sentiero da riprendere al più presto, che offrirebbe immediati reciproci benefici non solo per Cuturella e Cropani, ma per l’intero comprensorio. Cuturella in questi giorni è stata al centro dell’attenzione, soprattutto mediatica, nell’ambito della rassegna ARTratti promossa dalla Proloco di Cropani presieduta da Angelo Grano, che oltre ad avere dedicato in passato il primo libro sulla storia di Cuturella, ha presentato il suo ultimo volume su Don Raffaele Piccolo. Progetto finanziato con risorse Poc 2014/2020 Az. 6.8.3 Grazie a questo evento, Cuturella si arricchirà di una scultura in bronzo dello storico compianto sacerdote Don Raffaele Piccolo, che realizzerà gratuitamente il direttore artistico di ARTratti, il famoso scultore Luigi Verrino; le spese di fusione saranno a carico della Banca Centro Calabria Credito Cooperativo Italiano, come ha generosamente promesso il Presidente, Dott. Giuseppe Spagnuolo, che come mai nessuno ha sostenuto e sostiene lo sviluppo economico, culturale e sociale del territorio. Sono intervenuti alla presentazione don Alfonso Velonà, don Valentino Cubello, il presidente della Banca Centro Calabria Credito Cooperativo, Dott. Giuseppe Spagnuolo, l’artista Luigi Verrino, il moderatore il giornalista professionista Luigi Stanizzi che ha colto l’occasione anche per esortare il sacerdote don Alfonso Velonà, presidente Ualsi, a pubblicare al più presto un libro sulla sua meritoria opera di accoglienza e cura delle persone più fragili, che va avanti da oltre mezzo secolo. L’arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, Mons. Claudio Maniago, ha trasmesso un messaggio di congratulazioni per la presentazione dell’opera. Un video messaggio è stato trasmesso dal rettore dell’Università Magna Grecia, Giovanni Cuda, nel quale ha ricordato il padre Domenico Cuda che da Andali di recava a Cuturella, a piedi, per andare a prendere lezioni di italiano e latino dal prete. Altri tempi, raccontati una quarantina di anni fa dal giornalista professionista Luigi Stanizzi, in una corrispondenza richiesta dall’organo ufficiale di informazione del Consiglio regionale della Calabria. Una rara fotografa d’epoca. Eccola. “E UNA LUCE S’ACCESE AL VILLAGGIO CUTURELLA. Racconti, memorie, aneddoti, ricordi e tradizioni di una cultura contadina in via di estinzione, a Cuturella di Cropani non appartengono a un passato remoto ma recente e per molti versi ancora sopravvivono. La singolare figura di don Raffaele Piccolo, «missionario» per sessant’anni nella minuscola frazione dove il tempo sembra essersi fermato. Premere un interruttore per accendere la luce e aprire un rubinetto per lavarsi le mani, non sono gesti tanto scontati e naturali per un cuturellese. Poco più di vent’anni fa a Cuturella frazione di Cropani, per avere un po’ di luce in casa bisognava prendere l’olio, versarlo nel «candiliere», accendere un fiammifero e avvicinarlo al «micciu»; ed ecco la fiammella che illuminava i volti dei contadini più agiati. Per lavarsi, invece, bisognava prima andare a prendere l’acqua, aspettando il proprio turno, all’unica fonte del villaggio, in periferia, alla «’ndina»; oppure, per evitare la fila, si doveva andare a piedi a «Crocchia» scendere dalla collina per un chilometro, fino al fiume, e poi risalire col secchio pieno d’acqua. Oggi, quando i contadini al tramonto ritornano a casa, accendono la luce e aprono un rubinetto per lavarsi provano una gioia immensa. Il villaggio (450 abitanti) sorge a 427 metri sul mare, su un’amena collina compresa fra i fiumi Crocchio e Nasari. Il centro abitato si estende per poche centinaia di metri e domina un bel paesaggio sul mare Jonio. A nord si stagliano i rilievi della Presila. La tradizione vuole che il nome abbia origine da «cuota», fazzoletto di terra: mentre lo studioso Remigio Alberto Le Pera sostiene che derivi dal greco Katà-ruo che significa presso il torrente Crocchio, oppure di Kutturos. Padre Giovanni Fiore da Cropani, nell’opera storica Calabria Illustrata, nel ‘600 ha scritto: «Un altro villaggio col nome di S. Angelo, e più corrottamente La Cuturella, è ridotto a sole poche anime…>> Gustavo Valente ha scritto: «Anticamente casale di Belcastro e detto anche S. Angelo, e Sant’Angelo Cotorella, appartenne alle famiglie feudatarie di Belcastro, ed i Poerio ebbero appoggiato il titolo di Barone». Nel 1807 i Francesi la inclusero nel governo di Belcastro, successivamente venne classificata frazione di Cropani. La storia di Cuturella, mai scritta, non è fatta da grandi avvenimenti. Il villaggio fino a pochi decenni addietro è rimasto decontestualizzato dal progresso del resto del mondo. Il processo evolutivo infatti è giunto in grande ritardo; attutito. Meno di cinquanta anni fa, a Cuturella, si può dire che si era in pieno Medioevo. L’unica strada transitabile è stata costruita solo da quindici anni. Eppure i cuturellesi hanno sempre pagato i tributi ai Francesi, ai Borboni e… alla Repubblica Italiana. Ma quando in Italia le città già scoppiavano per il traffico automobilistico, a Cuturella non c’era neanche un’automobile. A che serviva se non c’era la strada? Per acquistare i prodotti dell’industria i contadini dovevano recarsi a Cropani, distante sei chilometri, a piedi o, si fa per dire, «a bordo» del somaro. Mancavano la strada, l’energia elettrica, l’acqua, le scuole, il medico, la farmacia, il veterinario, le fognature, l’ufficio postale, il Comune, il cinema, i carabinieri, il telefono, la televisione, la radio, i giornali, i giradischi, i biliardi, i negozi. Non c’era neanche il cimitero. A Cuturella c’erano 400 contadini analfabeti che abitavano nei tuguri assieme a galline e capre, due fiumare, una chiesa e un parroco americano. Raffaele Piccolo è nato a Nuova York il 9 maggio 1904. I genitori, di Andali, un piccolo Comune a tre chilometri da Cuturella, furono costretti ad emigrare per mancanza di lavoro. In America il padre fu assunto come operaio in uno dei cantieri avviati per la costruzione del ponte di Brooklyn, la madre si mise a lavorare in un’osteria. Dopo avere studiato filosofia, matematica, storia, latino, francese e musica, Raffaele Piccolo è tornato in Calabria e, all’età di 24 anni, il 29 luglio 1928, è stato ordinato sacerdote a Crotone. Successivamente gli è stata affidata la parrocchia di San Michele Arcangelo, a Cuturella, diocesi di Santa Severina, terza zona pastorale. È da quasi 60 anni quindi che don Piccolo è a Cuturella. «Mi piace essere definito missionario più che parroco» dice oggi monsignor Raffaele Piccolo, mentre discute di cose dotte e semplici nella sua umile casa, nel cuore del villaggio. La stanza è arredata dalla credenza, un canapé, un tavolinetto, quadri con raffigurazioni sacre, anticaglie. In un angolo la macchina da cucire. Anche il telefono, coperto da un centrino «all’uncinetto», è mimetizzato con l’ambiente tranquillo della casa. Don Raffaele con la mantellina sulle spalle sta seduto vicino al braciere; discute, sorride con dolcezza, racconta, si sforza di ricordare e poi risponde alle mie domande con gentilezza innata. Con lo stesso garbo invita la sua fedelissima perpetua ad andare di là a versare un bicchierino di liquore per l’ospite. «Una donna partorì sotto un albero; qui non c’era neanche un medico» rincalza il sacerdote. E gli ammalati come facevano per essere curati? Ci pensava don Piccolo! Infatti prescriveva i farmaci e addirittura li preparava da solo. Ovviamente, consultava manuali e libri scientifici che aveva portato con sé. Quando il sacerdote è arrivato a Cuturella la gente viveva in tuguri costruiti con fango, pietre e calce; c’era un solo letto su cui dormivano marito, moglie e figli. Negli angoli della stessa stanza c’erano il somaro, capre e conigli; galline e pulcini si accovacciavano sotto il letto. La povertà era assoluta. La malaria mieteva vittime. La popolazione era composta da braccianti, donne e pastori; i contadini proprietari erano pochissimi, gran parte dei terreni erano dei latifondisti. Nonostante la povertà, l’8 maggio, a San Michele, protettore del villaggio, da sempre è una grande festa. Tutti esultano di gioia e invocano grazie; gli abitanti dei paesi vicini si recano a piedi in pellegrinaggio a Cuturella. La statua del Santo, molto venerata ancora oggi e considerata miracolosa dai fedeli, venne acquistata dai cuturellesi dopo molti sacrifici economici. La tradizione vuole che quando la statua giunse alla stazione ferroviaria del Carrao (l’attuale Cropani Marina) venne trasportata nel Duomo di Cropani, e i cropanesi non vollero più restituirla tanto era bella. Dopo varie contese, per risolvere la controversia si giunse alla determinazione di mettere la statua su un carro trainato da due buoi e affidarsi alla giustizia divina, alla provvidenza: se i buoi si fossero diretti verso Cuturella la statua sarebbe andata ai cuturellesi; se, al contrario, i due buoi si fossero diretti verso Cropani sarebbe rimasta ai cropanesi. Il bifolco scese dal carro portato vicino al cimitero di Cropani: i buoi si mossero e per una volta la buona sorte premiò i cuturellesi: gli animali infatti si diressero verso il villaggio. Se è vero il racconto, questa fu anche una buona occasione per snobbare i cropanesi che hanno sempre guardato i cuturellesi, non sempre a ragione, con aria di presunta superiorità. «Vita bucolica» dice sorridendo don Raffaele. Poi racconta che quando in chiesa distribuiva le immaginette dei Santi nessuno sapeva leggere le preghiere stampate sul retro. L’analfabetismo era quasi totale. Fino a vent’anni addietro le poche ragazze che avevano frequentato i primi tre anni delle scuole elementari venivano chiamate maestrine! Inizia quindi la missione di don Piccolo. Il prete avvia corsi privati di insegnamento per i giovani e anziani. Insegna a leggere, a scrivere e a fare i conti. I più non sapevano nemmeno apporre la propria firma. Impartisce anche lezioni di musica e svolge corsi di chitarra, mandolino, fisarmonica, organo e pianoforte. Si abbona alla rivista «Ricamo Illustrato», diventa un abilissimo ricamatore e insegna alle ragazze il punto a croce, filo erba, i punti a sabbia, veneziana, a giorno e traforo. Dal prete le fanciulle imparano a disegnare e ricamare il loro corredo, usando anche l’uncinetto. All’epoca le ragazze, quasi tutte analfabete, ricevevano le lettere d’amore dei fidanzati emigrati o partiti in guerra e che erano riusciti ad imparare a scribacchiare qualcosa. Don Piccolo con la sua santa pazienza, e con un po’ d’imbarazzo, leggeva le missive alle interessate e poi, dietro dettatura, scriveva le risposte formulando anche frasi d’amore molto efficaci. Don Raffaele insomma diventa consigliere familiare di tutti, oltre che per la vita pastorale anche per la vita pratica. Racconti, memorie, aneddoti, ricordi, tradizioni, passioni di una cultura contadina in via di estinzione. «Famoso» in questo contesto l’incontro definito anche «storico» fra il professore Saverio Grande, anche lui molto stimato dai cropanesi, e monsignor Raffaele Piccolo. «Piccolo» disse l’arciprete al momento delle presentazioni, «Grande» rispose il professore; «Piccolo» ripeté umilmente don Raffaele, «Grande» ribadì l’eccentrico insegnante probabilmente più per fare un complimento al missionario che per ripetere il cognome. Dall’altare, dopo l’omelia, il missionario comunicava al popolo le più importanti notizie dall’estero, nazionali e locali. Il primo giradischi, la prima radio, il primo registratore, la prima televisione, vengono portati a Cuturella da don Piccolo. Questi sono gli avvenimenti storici del villaggio. Come descrivere l’emozione di centinaia di contadini radunati intorno alla casa del prete ad ascoltare per la prima volta la voce della radio? Cosa poteva rispondere don Raffaele a domande del tipo «come si fa a sentire da Roma?» oppure: «come funziona questa diavoleria?». La «magia» del registratore poi ha avuto effetti stupefacenti. A Cuturella non sono mai arrivati i giornali, neanche oggi c’è un’edicola. Il parroco si è abbonato a varie riviste e giornali, fra cui la Gazzetta del Sud. Ancora oggi è l’unico ad essere abbonato ad un quotidiano. Il missionario, definito «sindaco ideale di Cuturella» dice che gli sono stati anche di grande aiuto i manuali. A Cuturella era difficile vivere e le tribolazioni non finivano neanche dopo la morte. I feretri, infatti, dovevano essere trasportati «a spalla» fino a Cropani per essere seppelliti. Nel mese di agosto del 1927 – racconta don Piccolo – mentre veniva trasportata la bara di un uomo al cimitero di Cropani, lungo i sentieri e dirupi si verificò uno strano episodio. Per cause mai accertate, la bara cadde nel burrone del Malpasso e la salma andò a finire nel fiume Crocchio. Intervennero i carabinieri, venne avvisato il Prefetto dell’epoca, insomma le autorità si interessarono della penosa vicenda e alla fine, anche grazie all’impegno del sindaco di Cropani don Alfonso Dolce, venne costruito a Cuturella un piccolo cimitero. Qualcuno disse che il cadavere fu gettato volutamente al dirupo proprio per ottenere il cimitero. Risolto il problema dei morti però, ne restavano molti altri da risolvere per i vivi. Per i matrimoni i promessi sposi dovevano prima andare a Cropani a piedi o, i più «ricchi», con il somaro; dopo il matrimonio civile dovevano ritornare a Cuturella per il rito religioso e la festa nuziale. Anche per frequentare le scuole elementari e medie i pochissimi bambini e bambine avviati agli studi erano costretti a percorrere a piedi sei chilometri al giorno, lungo valli sperdute, per andare e tornare da Cropani. Fino alla periferia del paese camminavano scalzi o con scarpe di legno, poi calzavano gli scarponi (armati di ferretti e chiodi) che avevano abilmente nascosto fra gli arbusti. Il tutto serviva per non consumare le suole. E questo è avvenuto fino a meno di vent’anni addietro. Una vita fatta di stenti, privazioni, indigenza; altro che boom economico, società industriale, dell’immagine, dell’informatica, delle comunicazioni di massa, del post-industriale. Cuturella è ancora oggi una società contadina che stenta a imboccare la via dello sviluppo, anche se c’è un abisso rispetto a pochi decenni addietro. Per gli uomini politici è considerata solo un piccolo serbatoio di voti dal quale attingere in periodo elettorale. Gli abitanti sono buoni, schietti, semplici e ospitali. In cinquantanni si è verificato un solo omicidio: una donna uccise una sua rivale a colpi di pistola. Si produce ottimo vino greco rosso (profumato, asciutto, corposo, fruttato), olio a bassissima acidità, buoni formaggi e squisiti insaccati di maiale. Si trova anche una varietà di tartufi: il piatto tipico è «fave e frittole». Il villaggio è rinomato anche per la bellezza delle donne. È chiaro che le condizioni di vita ora sono molto migliorate. È stata costruita la strada, ci sono le scuole materne,nelementari e medie, l’ufficio postale, la delegazione municipale, le reti idrica, fognaria, telefonica; quattro negozi. Tutto questo e nient’altro. Ma il ricordo degli anni bui è vicino, troppo vicino. Per questo quando i contadini di Cuturella al tramonto ritornano nelle loro case moderne, accendono la luce ebaprono il rubinetto per lavarsi provano una gioia immensa. E si accontentano, non chiedono di più…>> Fin qui la fotografia di un’epoca, ma oggi c’è da sottolineare che con l’ulteriore passare degli anni le condizioni di vita sono enormemente migliorate, tanto che attualmente Cuturella è una cittadina moderna che comunque si sforza a mantenere intatte le sue più antiche tradizioni, e la sua proverbiale indole di ospitalità. E ripristinare l’antico sentiero che la collegava al centro storico di Cropani, significherebbe non solo recuperare un percorso suggestivo immerso negli uliveti e nella macchia mediterranea, ma rinsaldare un legame storico e umano mai del tutto spezzato.
Fari puntati su Cuturella frazione di Cropani, antico villaggio a vocazione squisitamente agricola. Fortissimo il legame di affetto fra cropanesi e cuturellesi, che può definirsi storico, fin dai tempi in cui era isolato per l’assoluta mancanza di collegamenti stradali. Si poteva raggiungere infatti solo a piedi, da una mulattiera ormai abbandonata, che oggi varrebbe la pena di ripristinare per il suggestivo paesaggio che attraversa, ricco di biodiversità e di fauna. Con un mitico ponticello sul fiume Crocchio, una cona dedicata a San Michele Arcangelo, alberi secolari, radure dove ancora echeggiano antiche memorie, storie di briganti, sortilegi, leggende tramandate nei secoli. Un sentiero da riprendere al più presto, che offrirebbe immediati reciproci benefici non solo per Cuturella e Cropani, ma per l’intero comprensorio. Cuturella in questi giorni è stata al centro dell’attenzione, soprattutto mediatica, nell’ambito della rassegna ARTratti promossa dalla Proloco di Cropani presieduta da Angelo Grano, che oltre ad avere dedicato in passato il primo libro sulla storia di Cuturella, ha presentato il suo ultimo volume su Don Raffaele Piccolo. Progetto finanziato con risorse Poc 2014/2020 Az. 6.8.3 Grazie a questo evento, Cuturella si arricchirà di una scultura in bronzo dello storico compianto sacerdote Don Raffaele Piccolo, che realizzerà gratuitamente il direttore artistico di ARTratti, il famoso scultore Luigi Verrino; le spese di fusione saranno a carico della Banca Centro Calabria Credito Cooperativo Italiano, come ha generosamente promesso il Presidente, Dott. Giuseppe Spagnuolo, che come mai nessuno ha sostenuto e sostiene lo sviluppo economico, culturale e sociale del territorio. Sono intervenuti alla presentazione don Alfonso Velonà, don Valentino Cubello, il presidente della Banca Centro Calabria Credito Cooperativo, Dott. Giuseppe Spagnuolo, l’artista Luigi Verrino, il moderatore il giornalista professionista Luigi Stanizzi che ha colto l’occasione anche per esortare il sacerdote don Alfonso Velonà, presidente Ualsi, a pubblicare al più presto un libro sulla sua meritoria opera di accoglienza e cura delle persone più fragili, che va avanti da oltre mezzo secolo. L’arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, Mons. Claudio Maniago, ha trasmesso un messaggio di congratulazioni per la presentazione dell’opera. Un video messaggio è stato trasmesso dal rettore dell’Università Magna Grecia, Giovanni Cuda, nel quale ha ricordato il padre Domenico Cuda che da Andali di recava a Cuturella, a piedi, per andare a prendere lezioni di italiano e latino dal prete. Altri tempi, raccontati una quarantina di anni fa dal giornalista professionista Luigi Stanizzi, in una corrispondenza richiesta dall’organo ufficiale di informazione del Consiglio regionale della Calabria. Una rara fotografa d’epoca. Eccola. “E UNA LUCE S’ACCESE AL VILLAGGIO CUTURELLA. Racconti, memorie, aneddoti, ricordi e tradizioni di una cultura contadina in via di estinzione, a Cuturella di Cropani non appartengono a un passato remoto ma recente e per molti versi ancora sopravvivono. La singolare figura di don Raffaele Piccolo, «missionario» per sessant’anni nella minuscola frazione dove il tempo sembra essersi fermato. Premere un interruttore per accendere la luce e aprire un rubinetto per lavarsi le mani, non sono gesti tanto scontati e naturali per un cuturellese. Poco più di vent’anni fa a Cuturella frazione di Cropani, per avere un po’ di luce in casa bisognava prendere l’olio, versarlo nel «candiliere», accendere un fiammifero e avvicinarlo al «micciu»; ed ecco la fiammella che illuminava i volti dei contadini più agiati. Per lavarsi, invece, bisognava prima andare a prendere l’acqua, aspettando il proprio turno, all’unica fonte del villaggio, in periferia, alla «’ndina»; oppure, per evitare la fila, si doveva andare a piedi a «Crocchia» scendere dalla collina per un chilometro, fino al fiume, e poi risalire col secchio pieno d’acqua. Oggi, quando i contadini al tramonto ritornano a casa, accendono la luce e aprono un rubinetto per lavarsi provano una gioia immensa. Il villaggio (450 abitanti) sorge a 427 metri sul mare, su un’amena collina compresa fra i fiumi Crocchio e Nasari. Il centro abitato si estende per poche centinaia di metri e domina un bel paesaggio sul mare Jonio. A nord si stagliano i rilievi della Presila. La tradizione vuole che il nome abbia origine da «cuota», fazzoletto di terra: mentre lo studioso Remigio Alberto Le Pera sostiene che derivi dal greco Katà-ruo che significa presso il torrente Crocchio, oppure di Kutturos. Padre Giovanni Fiore da Cropani, nell’opera storica Calabria Illustrata, nel ‘600 ha scritto: «Un altro villaggio col nome di S. Angelo, e più corrottamente La Cuturella, è ridotto a sole poche anime…>> Gustavo Valente ha scritto: «Anticamente casale di Belcastro e detto anche S. Angelo, e Sant’Angelo Cotorella, appartenne alle famiglie feudatarie di Belcastro, ed i Poerio ebbero appoggiato il titolo di Barone». Nel 1807 i Francesi la inclusero nel governo di Belcastro, successivamente venne classificata frazione di Cropani. La storia di Cuturella, mai scritta, non è fatta da grandi avvenimenti. Il villaggio fino a pochi decenni addietro è rimasto decontestualizzato dal progresso del resto del mondo. Il processo evolutivo infatti è giunto in grande ritardo; attutito. Meno di cinquanta anni fa, a Cuturella, si può dire che si era in pieno Medioevo. L’unica strada transitabile è stata costruita solo da quindici anni. Eppure i cuturellesi hanno sempre pagato i tributi ai Francesi, ai Borboni e… alla Repubblica Italiana. Ma quando in Italia le città già scoppiavano per il traffico automobilistico, a Cuturella non c’era neanche un’automobile. A che serviva se non c’era la strada? Per acquistare i prodotti dell’industria i contadini dovevano recarsi a Cropani, distante sei chilometri, a piedi o, si fa per dire, «a bordo» del somaro. Mancavano la strada, l’energia elettrica, l’acqua, le scuole, il medico, la farmacia, il veterinario, le fognature, l’ufficio postale, il Comune, il cinema, i carabinieri, il telefono, la televisione, la radio, i giornali, i giradischi, i biliardi, i negozi. Non c’era neanche il cimitero. A Cuturella c’erano 400 contadini analfabeti che abitavano nei tuguri assieme a galline e capre, due fiumare, una chiesa e un parroco americano. Raffaele Piccolo è nato a Nuova York il 9 maggio 1904. I genitori, di Andali, un piccolo Comune a tre chilometri da Cuturella, furono costretti ad emigrare per mancanza di lavoro. In America il padre fu assunto come operaio in uno dei cantieri avviati per la costruzione del ponte di Brooklyn, la madre si mise a lavorare in un’osteria. Dopo avere studiato filosofia, matematica, storia, latino, francese e musica, Raffaele Piccolo è tornato in Calabria e, all’età di 24 anni, il 29 luglio 1928, è stato ordinato sacerdote a Crotone. Successivamente gli è stata affidata la parrocchia di San Michele Arcangelo, a Cuturella, diocesi di Santa Severina, terza zona pastorale. È da quasi 60 anni quindi che don Piccolo è a Cuturella. «Mi piace essere definito missionario più che parroco» dice oggi monsignor Raffaele Piccolo, mentre discute di cose dotte e semplici nella sua umile casa, nel cuore del villaggio. La stanza è arredata dalla credenza, un canapé, un tavolinetto, quadri con raffigurazioni sacre, anticaglie. In un angolo la macchina da cucire. Anche il telefono, coperto da un centrino «all’uncinetto», è mimetizzato con l’ambiente tranquillo della casa. Don Raffaele con la mantellina sulle spalle sta seduto vicino al braciere; discute, sorride con dolcezza, racconta, si sforza di ricordare e poi risponde alle mie domande con gentilezza innata. Con lo stesso garbo invita la sua fedelissima perpetua ad andare di là a versare un bicchierino di liquore per l’ospite. «Una donna partorì sotto un albero; qui non c’era neanche un medico» rincalza il sacerdote. E gli ammalati come facevano per essere curati? Ci pensava don Piccolo! Infatti prescriveva i farmaci e addirittura li preparava da solo. Ovviamente, consultava manuali e libri scientifici che aveva portato con sé. Quando il sacerdote è arrivato a Cuturella la gente viveva in tuguri costruiti con fango, pietre e calce; c’era un solo letto su cui dormivano marito, moglie e figli. Negli angoli della stessa stanza c’erano il somaro, capre e conigli; galline e pulcini si accovacciavano sotto il letto. La povertà era assoluta. La malaria mieteva vittime. La popolazione era composta da braccianti, donne e pastori; i contadini proprietari erano pochissimi, gran parte dei terreni erano dei latifondisti. Nonostante la povertà, l’8 maggio, a San Michele, protettore del villaggio, da sempre è una grande festa. Tutti esultano di gioia e invocano grazie; gli abitanti dei paesi vicini si recano a piedi in pellegrinaggio a Cuturella. La statua del Santo, molto venerata ancora oggi e considerata miracolosa dai fedeli, venne acquistata dai cuturellesi dopo molti sacrifici economici. La tradizione vuole che quando la statua giunse alla stazione ferroviaria del Carrao (l’attuale Cropani Marina) venne trasportata nel Duomo di Cropani, e i cropanesi non vollero più restituirla tanto era bella. Dopo varie contese, per risolvere la controversia si giunse alla determinazione di mettere la statua su un carro trainato da due buoi e affidarsi alla giustizia divina, alla provvidenza: se i buoi si fossero diretti verso Cuturella la statua sarebbe andata ai cuturellesi; se, al contrario, i due buoi si fossero diretti verso Cropani sarebbe rimasta ai cropanesi. Il bifolco scese dal carro portato vicino al cimitero di Cropani: i buoi si mossero e per una volta la buona sorte premiò i cuturellesi: gli animali infatti si diressero verso il villaggio. Se è vero il racconto, questa fu anche una buona occasione per snobbare i cropanesi che hanno sempre guardato i cuturellesi, non sempre a ragione, con aria di presunta superiorità. «Vita bucolica» dice sorridendo don Raffaele. Poi racconta che quando in chiesa distribuiva le immaginette dei Santi nessuno sapeva leggere le preghiere stampate sul retro. L’analfabetismo era quasi totale. Fino a vent’anni addietro le poche ragazze che avevano frequentato i primi tre anni delle scuole elementari venivano chiamate maestrine! Inizia quindi la missione di don Piccolo. Il prete avvia corsi privati di insegnamento per i giovani e anziani. Insegna a leggere, a scrivere e a fare i conti. I più non sapevano nemmeno apporre la propria firma. Impartisce anche lezioni di musica e svolge corsi di chitarra, mandolino, fisarmonica, organo e pianoforte. Si abbona alla rivista «Ricamo Illustrato», diventa un abilissimo ricamatore e insegna alle ragazze il punto a croce, filo erba, i punti a sabbia, veneziana, a giorno e traforo. Dal prete le fanciulle imparano a disegnare e ricamare il loro corredo, usando anche l’uncinetto. All’epoca le ragazze, quasi tutte analfabete, ricevevano le lettere d’amore dei fidanzati emigrati o partiti in guerra e che erano riusciti ad imparare a scribacchiare qualcosa. Don Piccolo con la sua santa pazienza, e con un po’ d’imbarazzo, leggeva le missive alle interessate e poi, dietro dettatura, scriveva le risposte formulando anche frasi d’amore molto efficaci. Don Raffaele insomma diventa consigliere familiare di tutti, oltre che per la vita pastorale anche per la vita pratica. Racconti, memorie, aneddoti, ricordi, tradizioni, passioni di una cultura contadina in via di estinzione. «Famoso» in questo contesto l’incontro definito anche «storico» fra il professore Saverio Grande, anche lui molto stimato dai cropanesi, e monsignor Raffaele Piccolo. «Piccolo» disse l’arciprete al momento delle presentazioni, «Grande» rispose il professore; «Piccolo» ripeté umilmente don Raffaele, «Grande» ribadì l’eccentrico insegnante probabilmente più per fare un complimento al missionario che per ripetere il cognome. Dall’altare, dopo l’omelia, il missionario comunicava al popolo le più importanti notizie dall’estero, nazionali e locali. Il primo giradischi, la prima radio, il primo registratore, la prima televisione, vengono portati a Cuturella da don Piccolo. Questi sono gli avvenimenti storici del villaggio. Come descrivere l’emozione di centinaia di contadini radunati intorno alla casa del prete ad ascoltare per la prima volta la voce della radio? Cosa poteva rispondere don Raffaele a domande del tipo «come si fa a sentire da Roma?» oppure: «come funziona questa diavoleria?». La «magia» del registratore poi ha avuto effetti stupefacenti. A Cuturella non sono mai arrivati i giornali, neanche oggi c’è un’edicola. Il parroco si è abbonato a varie riviste e giornali, fra cui la Gazzetta del Sud. Ancora oggi è l’unico ad essere abbonato ad un quotidiano. Il missionario, definito «sindaco ideale di Cuturella» dice che gli sono stati anche di grande aiuto i manuali. A Cuturella era difficile vivere e le tribolazioni non finivano neanche dopo la morte. I feretri, infatti, dovevano essere trasportati «a spalla» fino a Cropani per essere seppelliti. Nel mese di agosto del 1927 – racconta don Piccolo – mentre veniva trasportata la bara di un uomo al cimitero di Cropani, lungo i sentieri e dirupi si verificò uno strano episodio. Per cause mai accertate, la bara cadde nel burrone del Malpasso e la salma andò a finire nel fiume Crocchio. Intervennero i carabinieri, venne avvisato il Prefetto dell’epoca, insomma le autorità si interessarono della penosa vicenda e alla fine, anche grazie all’impegno del sindaco di Cropani don Alfonso Dolce, venne costruito a Cuturella un piccolo cimitero. Qualcuno disse che il cadavere fu gettato volutamente al dirupo proprio per ottenere il cimitero. Risolto il problema dei morti però, ne restavano molti altri da risolvere per i vivi. Per i matrimoni i promessi sposi dovevano prima andare a Cropani a piedi o, i più «ricchi», con il somaro; dopo il matrimonio civile dovevano ritornare a Cuturella per il rito religioso e la festa nuziale. Anche per frequentare le scuole elementari e medie i pochissimi bambini e bambine avviati agli studi erano costretti a percorrere a piedi sei chilometri al giorno, lungo valli sperdute, per andare e tornare da Cropani. Fino alla periferia del paese camminavano scalzi o con scarpe di legno, poi calzavano gli scarponi (armati di ferretti e chiodi) che avevano abilmente nascosto fra gli arbusti. Il tutto serviva per non consumare le suole. E questo è avvenuto fino a meno di vent’anni addietro. Una vita fatta di stenti, privazioni, indigenza; altro che boom economico, società industriale, dell’immagine, dell’informatica, delle comunicazioni di massa, del post-industriale. Cuturella è ancora oggi una società contadina che stenta a imboccare la via dello sviluppo, anche se c’è un abisso rispetto a pochi decenni addietro. Per gli uomini politici è considerata solo un piccolo serbatoio di voti dal quale attingere in periodo elettorale. Gli abitanti sono buoni, schietti, semplici e ospitali. In cinquantanni si è verificato un solo omicidio: una donna uccise una sua rivale a colpi di pistola. Si produce ottimo vino greco rosso (profumato, asciutto, corposo, fruttato), olio a bassissima acidità, buoni formaggi e squisiti insaccati di maiale. Si trova anche una varietà di tartufi: il piatto tipico è «fave e frittole». Il villaggio è rinomato anche per la bellezza delle donne. È chiaro che le condizioni di vita ora sono molto migliorate. È stata costruita la strada, ci sono le scuole materne,nelementari e medie, l’ufficio postale, la delegazione municipale, le reti idrica, fognaria, telefonica; quattro negozi. Tutto questo e nient’altro. Ma il ricordo degli anni bui è vicino, troppo vicino. Per questo quando i contadini di Cuturella al tramonto ritornano nelle loro case moderne, accendono la luce ebaprono il rubinetto per lavarsi provano una gioia immensa. E si accontentano, non chiedono di più…>> Fin qui la fotografia di un’epoca, ma oggi c’è da sottolineare che con l’ulteriore passare degli anni le condizioni di vita sono enormemente migliorate, tanto che attualmente Cuturella è una cittadina moderna che comunque si sforza a mantenere intatte le sue più antiche tradizioni, e la sua proverbiale indole di ospitalità. E ripristinare l’antico sentiero che la collegava al centro storico di Cropani, significherebbe non solo recuperare un percorso suggestivo immerso negli uliveti e nella macchia mediterranea, ma rinsaldare un legame storico e umano mai del tutto spezzato.
La protesta di agricoltori e autotrasportatori mette sotto pressione la distribuzione alimentare. I supermercati rischiano difficoltà nei rifornimenti, mentre cresce l’incertezza tra famiglie e imprese. Sullo sfondo il paradosso di una regione che fatica ad arrivare a fine mese, ma continua ad affidare miliardi di euro alle scommesse
Dopo le pompe di benzina a secco, il prossimo rischio è quello degli scaffali vuoti nei supermercati. La protesta che sta attraversando la Calabria, con la mobilitazione degli agricoltori e il fermo degli autotrasportatori contro il caro carburante, potrebbe produrre nei prossimi giorni nuove conseguenze sulla distribuzione dei beni alimentari. Il problema riguarda soprattutto i prodotti freschi, per i quali sono indispensabili consegne frequenti e una catena logistica regolare. Il fermo proclamato dal 16 al 20 ottobre e i presìdi organizzati in diversi punti strategici della regione alimentano l’incertezza sui tempi di approvvigionamento. Non si tratta ancora di una carenza generalizzata di merci, ma di un rischio concreto qualora le difficoltà nei trasporti dovessero prolungarsi.
Le prime conseguenze della crisi sono già visibili sulla rete dei carburanti. In diverse località calabresi, a cominciare da Cosenza e Vibo Valentia, numerosi distributori hanno esaurito benzina e gasolio, mentre gli automobilisti si sono ritrovati in coda davanti alle poche pompe ancora operative. Alle proteste locali si sono aggiunte le difficoltà provocate dal blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto, un nodo importante per i rifornimenti del Mezzogiorno.
Ma il carburante è soltanto il primo anello di una catena economica molto più complessa. Se i camion non riescono a circolare regolarmente, o se le consegne vengono rinviate senza una data certa, il problema finisce inevitabilmente per trasferirsi sui punti vendita.
Non tutti i supermercati, naturalmente, si trovano nelle stesse condizioni. Le attività che dispongono di depositi propri, scorte consistenti e rapporti diretti con i produttori possono affrontare periodi di interruzione più lunghi. Più esposte sono invece le strutture organizzate su rifornimenti frequenti, con magazzini ridotti e una rotazione molto elevata delle merci.
Bastano alcuni giorni di mancato arrivo dei camion per compromettere la disponibilità dei prodotti più richiesti. Frutta, verdura, latticini e altri alimenti deperibili rappresentano la parte più vulnerabile di questo sistema.
C’è poi un’altra conseguenza, meno visibile ma altrettanto significativa: la paura.
L’incertezza sulle forniture può modificare i comportamenti di acquisto, provocando un’iniziale contrazione dei consumi e, successivamente, una possibile corsa alle scorte. Un meccanismo che rischia di amplificare le difficoltà logistiche, perché scaffali momentaneamente meno riforniti possono essere interpretati come il segnale di una carenza destinata a durare.
Il quadro è particolarmente delicato per una regione nella quale agricoltura, commercio e trasporti rappresentano componenti essenziali dell’economia. Gli agricoltori denunciano costi di produzione sempre più difficili da sostenere, gli autotrasportatori contestano l’incidenza del carburante sui bilanci aziendali e i commercianti temono di subire le conseguenze di una paralisi che non dipende dalle loro scelte.
La protesta, dunque, non può essere liquidata come un semplice problema di viabilità. Dietro i trattori e i camion fermi ci sono imprese che chiedono condizioni economiche sostenibili e lavoratori che denunciano l’impossibilità di continuare a operare con margini sempre più ridotti.
Il governo ha convocato un confronto con il settore dell’autotrasporto per il 27 ottobre, ma il calendario delle istituzioni rischia di procedere a una velocità diversa da quello dell’economia reale. Per un’attività commerciale che attende una consegna o per un’azienda agricola che deve portare il proprio prodotto sul mercato, anche pochi giorni possono fare la differenza.
Eppure, in questa Calabria attraversata dalla protesta e dall’incertezza economica, esiste un’altra cifra che meriterebbe altrettanta attenzione: quella del gioco d’azzardo.
Secondo i dati relativi al 2025, elaborati da Libera e Federconsumatori, nella regione la raccolta complessiva del gioco, tra canali fisici e online, ha raggiunto circa 6,17 miliardi di euro. Significa una media di quasi 17 milioni di euro giocati ogni giorno. Una cifra impressionante, soprattutto se confrontata con le difficoltà economiche denunciate da una parte crescente del tessuto produttivo.
Un fenomeno che interroga profondamente la società calabrese.
Perché una regione che protesta contro il costo della vita e la progressiva erosione del potere d’acquisto continua a destinare volumi così elevati di denaro all’azzardo?
La risposta non può essere semplicistica, né trasformarsi in un giudizio morale sui cittadini. Il gioco non nasce sempre dalla povertà e non tutti coloro che giocano vivono una condizione di disagio. Ma esiste una dimensione psicologica e sociale che non può essere ignorata.
Per alcune persone, soprattutto quando il futuro appare chiuso e le opportunità sembrano ridursi, l’azzardo può trasformarsi nell’illusione di una via d’uscita. Il biglietto del Gratta e Vinci, la schedina o la puntata online diventano allora qualcosa di diverso da un semplice passatempo: la possibilità immaginata di cambiare improvvisamente la propria condizione.
È il paradosso della speranza affidata al caso. Quando diminuisce la fiducia nella possibilità di migliorare la propria vita attraverso il lavoro, la prospettiva di una vincita può assumere un’attrattiva maggiore. Ma una promessa affidata alla fortuna non rappresenta una risposta alla precarietà economica. Nei casi più gravi, il gioco problematico può aggravare l’indebitamento e compromettere gli equilibri familiari.
C’è anche una questione pubblica che merita di essere affrontata senza ipocrisie. Lo Stato ricava entrate fiscali dal gioco legale, mentre sostiene politiche di prevenzione e contrasto alla dipendenza da azzardo. Una contraddizione che impone almeno una domanda: quanto spazio occupa, nelle politiche economiche e sociali, la tutela delle persone più vulnerabili rispetto alla convenienza fiscale del settore?
In questo contesto, anche una scelta collettiva di scioperare contro le giocate potrebbe diventare davvero una forma di protesta civile, oltre che un gesto di tutela del reddito familiare. Non una soluzione automatica ai problemi degli agricoltori o degli autotrasportatori, ma un’occasione per riflettere su dove finiscono le risorse economiche dei cittadini e su quali aspettative alimentano determinati consumi.
La Calabria si trova così davanti a due emergenze differenti, che raccontano però una medesima fragilità. Da una parte l’economia produttiva, che fatica a sostenere i propri costi e chiede risposte. Dall’altra una parte della società che rischia di cercare nella fortuna ciò che non riesce più a intravedere nelle opportunità reali.
E intanto la protesta continua.
Il problema non è soltanto capire per quanti giorni ancora potranno circolare regolarmente i camion o quanto tempo impiegheranno le merci ad arrivare sugli scaffali. È comprendere perché interi settori economici debbano arrivare alla paralisi per rendere visibili difficoltà che denunciano da tempo.
Anche l’informazione ha una responsabilità. Raccontare i presìdi, le code ai distributori e le testimonianze drammatiche degli agricoltori è necessario, ma non sufficiente. La cronaca deve diventare occasione per porre domande precise, chiedere risposte verificabili e mantenere alta l’attenzione anche quando le immagini della protesta scompaiono dai telegiornali.
Perché oggi il problema sono le pompe a secco. Domani potrebbero essere gli scaffali vuoti. Ma la vera emergenza è il rischio che, insieme alle risorse economiche, si esaurisca anche la fiducia dei cittadini nella possibilità di un futuro migliore.
ROMA (ITALPRESS) – Nella nuova puntata della rubrica “La Salute Vien Mangiando”, Rosanna Lambertucci propone la ricetta del petto di tacchino al pompelmo, un secondo piatto leggero, perfetto per un pasto sano.