L’arte del filo a Squillace: tra la resistenza della ginestra e il lusso della seta

Negli antichi vicoli di Squillace, il rumore ritmico dei telai in legno e il profumo dei filati scandivano un tempo la vita quotidiana. Oggi di quella fervida attività restano soprattutto ricordi e toponimi suggestivi, come il rione “Filanda” nella zona di San Giorgio, ma in passato la città ha rappresentato un centro di primissimo piano nell’arte della tessitura. Una storia fatta di mani sapienti, divisione dei ruoli in famiglia e due fili conduttori ben distinti. Da una parte la ginestra, destinata all’uso popolare e quotidiano, e dall’altra il baco da seta, pilastro di un’economia di lusso e raffinatezza. La ginestra (in dialetto, ’a jinostra) è una pianta tenace che cresce spontanea sui pendii più scoscesi e impervi. In tempi in cui le famiglie non potevano permettersi tessuti costosi, la natura offriva gratuitamente una materia prima resistente da cui ricavare indumenti e tessuti per la casa. La sua lavorazione coinvolgeva l’intera famiglia ed era un vero e proprio rito stagionale. Tra l’estate e il mese di settembre, quando gli steli raggiungevano la giusta robustezza per resistere ai trattamenti, gli uomini affrontavano i dirupi più pericolosi per raccogliere la pianta in mazzetti. A loro spettavano anche le fasi fisicamente più pesanti, come l’essiccazione e la successiva battitura delle fibre. Per estrarre le fibre, gli steli venivano bolliti e lasciati a bagno nel fiume per una settimana. Dopodiché venivano strofinati con la sabbia e messi ad asciugare al sole. Una volta cardata e filata con la conocchia e il fuso, la fibra passava nelle mani delle donne. Nelle case risuonavano i gesti e gli strumenti di un tempo, come l’arcolaio, il matassaru e l’anìmulu. Al telaio prendevano forma stoffe resistenti, come il fustagno per gli abiti del ceto popolare, ma anche una vasta gamma di manufatti quotidiani, come strofinacci, coperte, lenzuola, tovaglioli e sacchi per la farina. Della ginestra non si sprecava nulla, in quanto i suoi steli servivano persino per imbottire cuscini e materassi, legare i vestiti o semplicemente per profumare la casa. Oggi l’avvento delle fibre moderne ha reso antieconomica questa pratica, ma il legame tra Squillace e la sua ginestra resta una testimonianza esemplare di sostenibilità e ingegno contadino. Se la ginestra vestiva il popolo, l’allevamento del baco da seta (’u sìricu) era finalizzato alla produzione di tessuti preziosi, destinati all’aristocrazia e al clero. Questa lavorazione, più complessa ed elaborata, garantiva un ritorno economico di grande rilievo per la città. La bachicoltura era quasi integralmente affidata al mondo femminile. Le donne raccoglievano le foglie di gelso (’a frunda) per nutrire i bachi, allestendo in quasi tutte le case le tipiche cannizze (graticci di canna) per seguire il ciclo di vita dell’insetto, dalla crisalide al bozzolo (’u cucudhu). Conclusa la crescita, i bozzoli venivano staccati, puliti e conservati per la vendita o lavorati direttamente. Il filo ottenuto veniva poi raccolto nelle marredhe. A Squillace si producevano sete di grandissimo pregio, realizzate al telaio da esperte tessitrici. La tradizione della seta a Squillace e nel comprensorio catanzarese ha radici antichissime. Già in un documento del 1295, conservato nel Grande Archivio di Napoli e legato a Giovanni di Montfort, che si firmava Conte di Squillace, si fa menzione di preziosi cuscini in seta ricamati in “chatansarito”, a testimonianza di quanto quest’arte fosse radicata già nel Medioevo a Catanzaro e in Calabria. L’apice di questa industria si toccò verso la fine del Settecento grazie a figure come don Gregorio Pepe, padre dei celebri patrioti, tra i maggiori commercianti di seta dell’epoca. Un filo d’oro, quello della seta squillacese, che non si è mai del tutto spezzato, anche perché le maestre tessitrici della città hanno continuato a mantenere viva questa risorsa e questo saper fare artigianale almeno fino al secondo dopoguerra.
Carmela Commodaro

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