Chiaravalle, Pungitore e l’IA: «La macchina può fare tutto, fuorché esistere»
Dal funzionamento dei modelli generativi fino alla domanda filosofica decisiva sulla differenza tra uomo e intelligenza artificiale. Una serata tra tecnologia, psicologia, filosofia e antropologia promossa dalla Pro Loco




L’intelligenza artificiale è già entrata nella vita quotidiana di miliardi di persone, viene utilizzata nella medicina, nel lavoro, nella comunicazione e nell’educazione, ma il fatto che funzioni – anche molto bene – non significa che pensi, comprenda o possieda una coscienza. Da questa distinzione è partito il percorso proposto da Francesco Pungitore durante la presentazione del suo libro Complessità umana. Linearità artificiale, svoltasi a Chiaravalle Centrale nell’Auditorium dell’IC “Corrado Alvaro”.
Francesco Pungitore è docente di Psicologia, Scienze umane, Filosofia, Storia e Tecniche della comunicazione negli istituti secondari di secondo grado del Piemonte. Giornalista e formatore esperto di Intelligenza Artificiale, con master e perfezionamenti post-laurea in Comunicazione digitale e Tecnologie per l’Insegnamento, svolge una intensa attività di formazione per scuole e aziende anche nell’ambito di due enti formativi nazionali con sede in Piemonte, concentrando da anni la propria ricerca sul rapporto tra innovazione tecnologica, processi educativi e trasformazioni culturali.
È coordinatore nazionale della Consulta per l’Intelligenza Artificiale dell’UCIIM – Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori e Formatori e direttore tecnico dell’Osservatorio Nazionale Minori e Intelligenza Artificiale, incarichi nei quali approfondisce in particolare le implicazioni educative, sociali ed etiche dell’IA e la necessità di costruire una nuova cultura della consapevolezza digitale.
Il suo interesse per le tecnologie applicate all’educazione e alla diffusione della conoscenza precede di molti anni l’attuale rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale. Già nel 2000, durante il ministero di Giovanna Melandri, collaborò infatti nell’ambito del progetto ministeriale “Mediateca 2000” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, contribuendo concretamente alla nascita e allo sviluppo di mediateche nel Mezzogiorno, tra cui quelle di Crotone, San Vito sullo Ionio e Vibo Valentia. Un percorso che lega idealmente le prime esperienze di digitalizzazione dell’accesso alla cultura alle attuali riflessioni sull’Intelligenza Artificiale: tecnologie diverse, in epoche diverse, ma una stessa domanda di fondo su come l’innovazione possa essere posta al servizio della conoscenza, della scuola e delle persone.
La serata di Chiaravalle è stata costruita attorno a due interrogativi strettamente collegati: che cosa fa realmente l’intelligenza artificiale e, soprattutto, che cosa distingue ancora radicalmente l’essere umano dalla macchina?
Nella prima parte dell’incontro Pungitore ha scelto di partire dai dati e dalle applicazioni concrete, evitando tanto l’entusiasmo acritico quanto le letture apocalittiche. I numeri della diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, l’impiego crescente in settori ad alta complessità e le esperienze già in corso anche nel campo della medicina mostrano, secondo l’autore, come la domanda “IA sì o IA no” sia ormai sostanzialmente superata. L’intelligenza artificiale è già presente. La questione diventa allora comprendere come utilizzarla, in quali contesti e secondo quali regole.
Dietro la “magia” dell’IA: probabilità, token e algoritmi
Una parte significativa della presentazione è stata dedicata proprio a smontare quella sorta di rappresentazione magica che spesso accompagna i sistemi generativi.
Attraverso alcune slide, Pungitore ha illustrato in forma divulgativa il funzionamento dei grandi modelli linguistici: dalla trasformazione del testo in token agli embedding, dai meccanismi di attenzione alla previsione probabilistica dell’elemento successivo.
Alla base rimane infatti un sistema statistico di enorme complessità, addestrato su immense quantità di dati e capace di stimare, all’interno di un determinato contesto, quale token abbia la maggiore probabilità di seguire quelli precedenti. Nel libro il processo viene descritto come quello di una macchina capace, semplificando, di prevedere il token successivo, pur all’interno di architetture dalle quali emergono prestazioni estremamente sofisticate.
È proprio l’efficacia dei risultati a creare l’equivoco. Una risposta coerente, una poesia, un testo complesso, una traduzione o persino un dialogo apparentemente empatico possono generare nell’utente la sensazione che dall’altra parte vi sia “qualcuno”. Ma prestazione e coscienza non sono sinonimi, così come la capacità di produrre linguaggio non dimostra automaticamente l’esistenza di un’esperienza soggettiva.
Da qui anche il richiamo all’argomento filosofico di John Searle: la manipolazione corretta dei simboli secondo determinate regole non implica necessariamente la comprensione del loro significato. La sintassi, in altri termini, non coincide automaticamente con la semantica.
La questione centrale: la differenza
È stato però nella seconda parte dell’incontro che la riflessione si è spostata dal piano tecnologico a quello più propriamente filosofico e antropologico.
Il vero tema di Complessità umana. Linearità artificiale non è infatti stabilire quanto una macchina possa diventare brava a imitare alcune capacità cognitive umane. La domanda è un’altra: che cosa resta dell’umano quando molte delle competenze che per secoli abbiamo considerato esclusivamente nostre diventano riproducibili artificialmente?
La risposta proposta da Pungitore passa dal concetto di differenza categoriale. L’essere umano non coincide con le sue prestazioni. Non è soltanto un soggetto che calcola, scrive, risolve problemi o organizza informazioni. È un essere biologico e biografico, attraversato da memoria, emozioni, desideri, paure, contraddizioni, relazioni e dalla continua ricerca di un significato.
Una macchina può produrre un testo sul dolore. Ma non soffre quel dolore. Può descrivere la paura senza avere nulla da perdere. Può generare parole sull’amore senza avere mai atteso il ritorno di qualcuno.
È in questo senso che nel libro viene ripreso un passaggio di Searle particolarmente efficace: la simulazione di un temporale non bagna. Simulare un fenomeno e viverlo appartengono a due categorie differenti.
L’uomo può perdersi. La macchina no
Il confronto proposto dall’autore si è così allargato alla filosofia dell’esistenza. L’essere umano può dubitare di sé, cambiare direzione, pentirsi, essere attraversato dall’angoscia, interrogare il proprio passato e chiedersi quale significato abbia il proprio futuro. Può perdersi e tentare di ritrovarsi. La macchina no.
Non perché sia necessariamente meno efficiente, ma perché non possiede una biografia da perdere o da riconquistare. Nel libro questa differenza viene espressa attraverso un’immagine netta: un sistema artificiale non può perdersi perché non si è mai trovato; quando dialoga con noi non sta mettendo in gioco se stesso, ma elaborando una risposta probabile.
Da qui una delle tesi che hanno segnato maggiormente la presentazione: “La macchina può fare tutto, fuorché esistere”.
Una formula volutamente radicale che non intende sminuire la potenza tecnologica dell’IA, ma riportare al centro il significato dell’esistenza umana: vivere significa essere esposti al tempo, alle scelte, alla perdita, alla relazione, all’errore, alla responsabilità e alla ricerca di senso.
“Lo specchio che non specchia”
Tra le immagini filosofiche più suggestive emerse durante la serata anche quella che dà il titolo a un capitolo del volume: “Lo specchio che non specchia”.
Dialogando con un’intelligenza artificiale si ha spesso la percezione di incontrare un interlocutore. Il sistema restituisce il nostro linguaggio in forma ordinata, pertinente e talvolta sorprendente. Eppure, sostiene Pungitore, dietro quella superficie linguistica non compare un altro volto nel significato umano della parola.
C’è linguaggio. C’è efficacia. C’è coerenza. Ma la questione filosofica è se vi sia davvero qualcuno dall’altra parte. Ed è proprio questo paradosso a trasformare l’intelligenza artificiale in una straordinaria occasione per ripensare l’uomo. Perché, come sostiene il libro, mai come oggi una tecnologia capace di imitare alcune delle nostre funzioni cognitive ci aveva costretto a precisare che cosa appartenga invece alla dimensione irriducibile dell’esistenza. Non dunque una battaglia dell’uomo contro la macchina, ma un esercizio di distinzione.
Più le macchine diventano capaci di produrre prestazioni linguistiche e cognitive sofisticate, più diventa urgente comprendere che la dignità dell’uomo non può essere fatta coincidere semplicemente con la sua capacità di calcolare, scrivere o risolvere problemi. Nel libro la questione viene spinta fino alla sua conseguenza estrema: ciò che conta non è soltanto il pensiero prodotto, ma l’esistenza di “qualcuno” che pensa, sente, soffre, sceglie e si domanda perché stia facendo ciò che fa.
Una presentazione diventata dialogo
L’incontro ha progressivamente assunto la forma di un confronto con il pubblico, attraverso interventi, osservazioni e domande che hanno ampliato i temi proposti dall’autore.
Pungitore ha voluto ringraziare gli organizzatori della Pro Loco di Chiaravalle Centrale e il presidente Marcello Squillace, insieme ad Antonella Drosi, per l’organizzazione e l’attenzione riservata all’iniziativa.
Un ringraziamento è stato rivolto alla moderatrice Maria Patrizia Sanzo, che ha accompagnato il percorso della serata, e al professor Ulderico Nisticò, autore dell’introduzione all’incontro.
Particolarmente apprezzato anche il reading affidato a Lelah Kaur, che ha interpretato alcuni passaggi del libro con una lettura definita dall’autore attenta e sensibile.
Pungitore ha infine ringraziato i numerosi amici presenti, molti dei quali hanno voluto manifestare la propria vicinanza anche attraverso domande e interventi, e gli operatori della stampa che hanno seguito l’appuntamento.
Una serata dedicata all’intelligenza artificiale, dunque, che ha finito inevitabilmente per parlare soprattutto d’altro: dell’uomo.
Perché forse è proprio questo uno degli effetti più interessanti della rivoluzione tecnologica in corso. Quanto più le macchine imparano a fare cose che ritenevamo esclusivamente umane, tanto più siamo costretti a tornare alla domanda originaria.
Non soltanto: che cosa sapranno fare le macchine? Ma soprattutto: che cosa significa, per noi, continuare a essere umani?
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